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mercoledì 2 marzo 2016

Il nome di Umberto Eco (2)

(Andate a rileggervi qui la prima parte)
... Così decisi di trovare un posto tranquillo dove continuare a leggere.
La storia non si può fermare.
Il primo posto che mi venne in mente fu proprio il grande giardino in cui era immersa la facoltà. Perciò attraversai la piazza in direzione Stazione Termini e mi fermai sotto la pensilina del capolinea del 90 (il numero lo ricordo come fosse oggi!) che mi avrebbe portato, dopo aver attraversato tutta via Nomentana, all'altro capolinea, proprio a pochi passi dall'Università.
A quell'ora il pulmann era abbastanza vuoto e trovai da sedere.
Non volli però riaprire il libro, per non perdere l'atmosfera. Giocai invece, come sempre, a indovinare la vita delle persone.
Devo amettere con un po' d'imbarazzo di aver sempre avuto una 'fissa': osservare la gente. Non in modo morboso, ma per rubarne il pezzo di vita che portano in sé.
[Excursus. La mia concezione del mondo è più o meno questa (mettendo da parte l'aspetto di fede): noi viviamo in un tutto completo in sé, anzi siamo parte di un tutto. Un tutto che è perfetto così com'è, non perché sia il top, ma perché è il meglio di quello che realisticamente possiamo avere. L'innalzamento della temperatura globale è sicuramente un dramma, ma finora abbiamo avuto quello che ci ha permesso di andare ugualmente avanti: il meglio di quello che possiamo avere.
Perciò osservando le persone nei loro gesti, rubando le loro conversazioni, leggendo ciò che scrivono, completo l'immagine del mondo che mi serve per comprenderlo e viverci sempre meglio. È un discorso lungo e complesso; magari qualche volta lo facciamo, che dite?] 
Intanto il pulmann si era fermato e aveva spento il motore in attesa di ripartire e tornare a Termini.
Feci la breve salitina fino alla facoltà ed entrai.
Conoscevo diversi posti dove 'infrattarmi' per continuare in tranquillità la lettura e ne scelsi uno al sole, ché l'aria era ancora abbastanza fresca.
Guglielmo da Baskerville e Adso da Melk continuavano nelle loro investigazioni, il primo soprattutto dell'animo umano senza dimenticare i misteri terreni; il secondo (affidatogli perché fosse istruito) scopriva aspetti della vita che un giovane novizio benedettino come lui non immaginava neanche e neanche avrebbe dovuto, a cominciare dai piaceri della carne a cui viene iniziato dalla giovane amica del monaco Remigio.
Le figure dei monaci del monastero continuavano a girare attorno ai due, fino a diventare veri e propri pericoli.
Ma non sto qui a raccontarvi la storia, che conoscete sicuramente tutti.
A mezzogiorno mangiai qualcosa in una tavola calda poco fuori i cancelli della facoltà, tornai dentro, cambiai panchina ché anche il sole aveva cambiato posto, alle tre entrai per l'incontro cui dovevo partecipare.
Poi il pulmann mi riporto a Termini e da lì in una decina di minuti a piedi arrivai alla pensione dove facevo sempre tappa.
Solita cena a base di pizza, che l'egiziano lì sotto faceva in modo strepitoso e poi, visto che già a quei tempi non era 'igienico' girare per certe zone di sera e perdipiù da solo, subito in camera a riaprire il libro. 
Non sto a raccontarvi che rimasi in piedi fino a tardi per finire la lettura perché non è vero: quando è un certo orario io devo chiudere gli occhi e dormire, specie se la giornata è stata impegnativa come lo era stata quella.
Perciò chiusi il libro e mi addormentai.
E la mattina seguente, dopo la colazione al solito bar, eccomi finalmente alla ricerca di un altro posto tranquillo dove leggere come andava a finire, che trovai in un piccolo parco vicino il mercatino rionale.
Così lessi e seppi "chi era stato". E non solo, ma capì anche che "Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus" (Della rosa primigenia esiste ormai soltanto il nome: noi possediamo nudi nomi" *.
Insomma: cosa mi ha lasciato aver letto Umberto Eco?
Il nome.
Come 'di ogni cosa a noi non resta che il nome', così ugualmente d'ogni persona resta quello che noi abbiamo trovato nel suo pensiero.
Eco mi ha fatto vedere una sfaccettatura della vita e del mondo, mi ha dato una chiave di lettura della storia d'oggi raccontandomi una storia di ieri.
Certamente il suo modo di raccontare mi ha immerso totalmente in quell'abbazia e mi ha dato un paio d'occhiali speciali (non quelli appena sperimentali che usava Guglielmo!) per vedere il mondo. 
Di Eco, dicevo, non (mi) resta che il nome. Dalla lettura di quel libro ho imparato l'angolazione-Eco: davanti ai fatti della vita, ho imparato ad immergermi, ad entrare in empatia con le cose e con le persone.
E il tutto, che non guasta, attraverso una piacevole e intrigante storia mistery!

L'Oste Juan

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* Con queste parole termina il libro.

martedì 23 febbraio 2016

Il nome di Umberto Eco

Questa era la copertina!
Ora che tutti hanno smesso di parlare di Umberto Eco, volevo azzardare a dire qualcosina io.
Ma a modo mio, cioè raccontandovi di me e lui, di come l'ho incontrato (letterariamente parlando), di quello che mi ha lasciato.
Premetto una cosa: quando dico che un autore "mi lascia qualcosa" non voglio dire che senza di lui non avrei conosciuto un aspetto della realtà, ma che grazie a lui ho trovato in me un modo per leggere la realtà.
Sono arrivato tardi al libro che ha reso famoso al grande pubblico Eco, quello che lui riteneva il suo peggiore: "Il nome della rosa".
Conoscevo l'autore perché mi capitava di leggere le sue bustine di Minerva su L'espresso, ma niente di più. Diciamo che mi stava simpatico, mi piaceva quel suo scrivere fluido ma contemporaneamente denso, che faceva capire per bene tutto quello che voleva dire. O almeno così a me sembrava.
Avevo anche sentito parlare del suo libro e del film che qualche anno dopo ne era stato tratto, quello con Sean Connery e Christian Slater (il nome di quest'ultimo l'ho trovato su Wiki, altrimenti... ). Ci sarebbe la questione che il film non è tratto da libro, ma dal palinsesto del libro, ma la cosa mi porterebbe lontano.
Il libro in mano comunque non l'avevo mai avuto materialmente.
La storia inizia una mattina di un lunedì fuori dalla stazione Termini di Roma, diciamo che siamo nei primissimi anni '90. A quel tempo andavo a Roma ogni 15 giorni per questioni di studio: arrivavo il lunedì mattina, al pomeriggio facevo lezione e ripartivo al pomeriggio del martedì.
Non so se ci sono ancora (manco da Roma da più di 20 anni), ma allora in piazza Esedra, se non ricordo male il nome, era pieno di bancarelle che vendevano di tutto, anche libri usati.
Questo era il benvenuto che Roma mi dava: mi faceva perdere in centinaia di titoli, di copertine colorate, di autori sconosciuti da scoprire; un sogno! Ah, poi c'era i piccioni, ma questa sarebbe un'altra storia...
Quella mattina scendo da pulmann con cui ero arrivato dalla Calabria e comincio a gironzolare per i banchi. Avevo già preso un librettino di non ricordo cosa né di chi e stavo per abbandonare la ricerca, perché facevo conto che quella lettura mi avrebbe tenuto occupato fino al rientro in Calabria.
Ma... ecco che all'improvviso mi ritrovo in mano questo volumetto color senape in edizione economica della Bompiani. Sapete che io sono un feticista dell'odore della carta e questa è la cosa che mi ha subito colpito: il colore, l'odore, la compattezza del numero di pagine. Era perfetto da tenere in mano camminando e leggendo.
Insomma lo comprai.
Non ricordo qual'era il suo prezzo, ma tenendo conto delle mie finanze di allora non doveva superare le 500 lire o giù di lì, altrimenti l'affare non si sarebbe fatto.
Normalmente andavo subito a prendere la camera in albergo e poi facevo un giro per far passare la mattinata.
Ma quella mattina accadde qualcosa. Appena lasciata la bancarella aprii il libro e cominciai a leggere qualche riga dell'inizio. Mi potrete anche dire che tutto ciò che segue è un racconto romanzato, che certe cose succedono solo nei film; dite quel che volete, ma è la verità.
Trovai la prima panchina libera e sedetti, sempre leggendo. E più leggevo più mi sembrava di aver sempre letto quella storia. Mi sembrava di conoscere ogni personaggio, anche quelli appena incontrati. Poiché lo stomaco brontolava (avevo fatto una specie di colazione in un area di servizio durante il viaggio verso le sei di mattina) decisi di mettere qualcosa sotto i denti e presi quel che trovai di buono da una bancarella di alimentari nelle vicinanze.
Era una bellissima giornata, e tutto spingeva a non chiudermi in una stanza d'albergo.
Così decisi...
Alt! Mi rendo conto che la narrazione si sta facendo troppo lunga per un post solo; si rischierebbe di far calare l'attenzione.
Perciò io mi fermerei, per il momento, qui.
Alla seconda parte!

Il diarista Oste Juan
   

sabato 21 novembre 2015

Ho perso le parole...

Il bimbo ristette, lo sguardo era triste...
L'Oxford University Press ha stabilito che la parola di quest'anno... non è una parola. Ma una 'faccina'. Evvabbè, anche stavolta me ne farò una ragione.
Mi chiederete: che c'è di male in questo? In fondo da sempre le arti museali sostituiscono le parole e ammirare, ad esempio, la "Venere" di Botticelli o la creazione della Cappella Sistina sostituisce più di mille parole.
Certamente, ma se qualcuno ha voluto che ci esprimessimo anche attraverso le parole, ci sarà un motivo.
Bene, senza voler polemizzare e andare troppo per le lunghe, senza perdermi in analisi complicate, quello che volevo semplicemente dire con questo post è che, come dice il titolo, ho perso le parole.
Ho perso, e continuo a perdere, la capacità di esprimermi perché il mondo attorno a me si esprime sempre meno con le parole e sempre più con le faccine, le espressioni idiomatiche, gli acronimi, i xhè, i ki, i nn, gli inglesismi. Abbiamo creato addirittura un social, Twitter, dove ti devi sbrigare ad esprimere la tua idea altrimenti ti tagliano. Forse per questo i giovani d'oggi hanno idee corte, smozzicate, senza futuro?

Tutta questa roba sarà anche comoda, sarà il linguaggio del domani, anzi è già il linguaggio del presente, basta leggere un giornale o sbirciare nel telefonino del vicino sul tram.
Ma io sono attaccato alle parole, che roteano in bocca un attimo prima di uscire e materializzare il mio pensiero. Quando pronuncio la parola 'giusta' viene in me un senso di soddisfazione, pienezza.
Stamattina mi chiedevo quante parole ho perso in questi ultimi anni; quante sono le parole che usavo regolarmente e di cui ora non ricordo più neanche il significato.
Da bambino, facevo ancora la scuola elementare, mi piaceva passare i pomeriggi d'estate sul balcone di casa, al fresco, a sfogliare il vocabolario. Certo quella era l'età in cui dovevi uscire al mattino e tornare con le ginocchia sbucciate alla sera, altrimenti i compagni ti prendevano in giro; in cui dovevi girare perennemente col pallone sotto il braccio alla ricerca di uno slargo in cui mettere un paio di pietre come pali e cominciare a tirare qualche calcio in attesa che ragazzino come te ti vedessero e si aggregassero a te.
Io, invece, a 7 anni avevo già la tessera della biblioteca e quando mi chiedevano cosa desiderassi per qualche ricorrenza, rispondevo sempre: un libro.
Probabilmente non ho avuto un'infanzia 'normale' e oggi ne pago le conseguenze ma mi piace così: quando guardo il mondo lo vedo forse più di testa che di cuore (e questo non è un bene!) ma mi sembra di capirlo di più.
Perché l'importante non sono le parole che usi, ma cosa ci sta dietro. Però, al contempo, per svelare quello che vive davvero in una storia devi usare le parole giuste.
Non mi dilungo, so che avete tutti cose molto più importanti da fare che assistere al decadimento linguistico e cerebrale di un povero viandante, perciò mi chiedevo: ci sono parole che usate comunemente e che oggi vengono considerate desuete? (ecco! desueto potrebbe essere una di queste!). Oppure ci sono termini che usavate fino a qualche tempo fa e che ora non pronunciate o scrivete più?
Io potrei contribuire a questa specie di WWF delle parole con termini come 'celiare', 'ristare', 'rimbrotto'.
Vi racconto un aneddoto al riguardo, prima di chiudere. Imparai il significato di 'ristare' ascoltando Guccini. Era il 1972, avevo 12 anni, e un amico mi portò un disco appena pubblicato da ascoltare: "Radici" di Francesco Guccini. Non conoscevo Guccini e ancora non mi ero avvicinato veramente alla musica; ascoltavo, e distrattamente, solo quello che mandava la TV. Quell'incontro mi aprì un mondo: ero cullato da quella musica così diversa da tutte quelle che avevo ascoltato sino a quel momento; quelle parole non restavano nell'aria ma penetravano in me fino a risvegliarmi emozioni, sensazioni. Non capivo ancora bene che quella è la reazione 'normale' che la musica e le parole dovrebbero suscitare. Quando arrivai alla fine del disco, proprio all'ultimo brano, proprio all'ultima strofa, rimasi colpito da quelle parole:

Il bimbo ristette, lo sguardo era triste,
e gli occhi guardavano cose mai viste
e poi disse al vecchio con voce sognante:
"Mi piaccion le fiabe, raccontane altre!"
 

Cosa voleva dire quella parola: "ristette"? Lì per lì non dissi niente, non volevo fare la figura dell'ignorante, ma appena rimasi solo corsi al mio amato vocabolario e ne cercai il significato.
Da quel giorno fui affascinato da quel verbo, "ristare", e lo uso ancora comunemente, spesso anche durante discussioni tra amici; e mi chiedo anche quante delle persone a cui l'ho detto nel corso degli anni ne hanno afferrato il senso.




L'Oste Juan
 



lunedì 24 agosto 2015

Jack McCoy, uno di famiglia

Questo post per dire che per il prossimo mesetto sarò poco on line causa... lavoro. Per fortuna inizia la scuola e con essa (speriamo!) il lavoro più intenso per me che ho una cartoleria.
Quindi poche visite ai vostri blog, pochi post sul mio.
Sono appassionato di telefilm gialli e polizieschi e seguo da anni le varie serie Law & Order, Criminal Intent, Criminal Mind, e via nominando. Non C.S.I., almeno non le ultime serie che trovo troppo truculente e dove le scene 'insanguinate' sono troppe e inutili, messe lì solo per splatteggiare e attizzare il teleutente malato.
Tengo a precisare che non ho abbonamenti ad alcuna pay tv, quindi i serial che vedo sono solo quelli trasmesse da emittenti in chiaro; perciò niente ultime stagioni o speciali. Insomma solo quello che passa il convento; e mi sta bene così: io la televisione la guardo (e anche poco) quando mi pare, non sono il suo schiavetto.
Chi di voi si diletta di cinema e tv avrà riconosciuto nell'attore oggi in copertina Sam Waterston, divenuto famoso anche e soprattutto come il Vice Procuratore Jack McCoy nella serie Law & Order. Io lo ricordo anche in alcuni film di Woody Allen (tra cui il bellissimo Crimini e Misfatti, che per me resta il capolavoro di Allen) e in un telefilm della serie Ai confini della realtà, di cui non ricordo il titolo e che non ho voglia di andare a cercare su Wikipedia.
Ma non è questo l'argomento del post. 
Ebbene, dopo anni passati a fare il tifo per la Procura di New York rappresentata da McCoy contro i cattivi, qualche settimana fa nella mia mente si è fatta strada un'idea: Sam Waterston somiglia a mio padre.
Ora non pensate ad un sosia, ma molti dei tratti somatici di mio padre li ritrovo in lui.
Non so se sono le sopracciglia folte, i capelli bianchi, il viso squadrato e la pelle indurita sotto il mento, non so se è tutto questo nel suo insieme, fatto sta che ormai ogni volta che Sam Waterston compare sullo schermo io penso a mio padre.
Molto del mio essere chiuso, introverso, riflessivo, nasce dal rapporto con lui, e lo dico senza disturbare Freud. I miei genitori erano persone squisite, corrette, ma non hanno mai esternato un sentimento d'affetto per noi o tra di loro. Non che abbiano abbandonato noi due figli a noi stessi, ma io non ricordo una carezza o un abbraccio. Magari ci saranno stati quando eravamo bambini, ma io dovevo essere talmente piccolo da non averne memoria.
Ecco il mio ricordo di oggi. Ci sarebbe ancora molto da dire, naturalmente, su questo, ma per ora penso possa bastare così.
E voi che ricordo avete dei vostri genitori? O che rapporto avete con loro, se sono (come mi auguro) vivi?

Per finire, ecco la bellissima sigla di Law & Order del geniale Mike Post (in questa serie non c'è però Sam Waterston). 



P.S.: più guardo la foto e più rivedo mio padre, appoggiato ad un pino di Savelli (KR), dove avevamo una casa di montagna.

L'oste Juan



lunedì 13 luglio 2015

L'odore dell'aria (racconto)



La testata del blog "Autori per il Giappone"
Questo racconto è stato scritto per una buona causa.
L'11 marzo 2011 un terremoto squassò il Giappone, colpendo anche la famosa centrale nucleare di Fukushima, e il mondo si mobilitò per raccogliere fondi.
Lara Manni ebbe l'idea di raccogliere in un sito racconti scritti da chiunque volesse, in modo gratuito, invitando poi il lettore a fare un'offerta a Save the Children.
Non so quanto alla fine si sia realmente raccolto, se qualcuno abbia letto il mio racconto e via dicendo; ma io ho scritto il mio col cuore e con l'anima.
So che anche Glauco ha dato il proprio contributo, almeno tra quelli che facevano (e forse ancora fanno) parte del glorioso blocco C, per usare la definizione coniata da Davide Mana.
Buona lettura.
L’ODORE DELL’ARIA



L’aria è strana, questa mattina.

Apro le persiane e l’alba abbraccia i mobili del mio salotto; un odore di attesa invade i miei polmoni quando spalanco la porta-finestra.

Ringrazio Dio, come tutte le mattine, che anche oggi il sole avvolge la mia casa; ma anche il sole è insolito, come se dovesse dare una brutta notizia.

Guardo l’orologio sul microonde.

Accendo la tele e, mentre ascolto distratto il Tg di un canale commerciale, faccio colazione.

Fette biscottate con marmellata, yogurt e una tazza d’orzo.

Sono anni che comincio così la giornata, anche se fa poco patriottico: io non sopporto proprio le verdure in salamoia.

Sento le notizie dal mondo, quelle sul traffico e poi un oroscopo mi dice quello che farò oggi: “Nezumi: la serata sarà densa di occasioni, dopo un giorno pieno di risultati positivi. Però ci vuole più impegno da parte tua che vuoi sempre il massimo ma col minimo sforzo.”

Chissà chi le scrive queste cose. A volte penso siano cicliche, anzi proprio riciclate: basta cominciare in un momento qualsiasi e andare avanti a inanellare sentenze. Poi, dopo un tot di tempo si ricomincia daccapo. Chi vuoi che si ricordi quello che gli hanno detto sei mesi prima?

L’aria però continua a farsi sempre più densa, più spessa e non è la nebbia che si accalca adesso attorno alle mura della mia casa. A quella sono abituato.

Spazzolo i denti come mi ha insegnato il dentista, mi lavo, mi vesto, controllo se in tasca ho tutte le chiavi che mi servono oggi: casa, macchina, ufficio.

Se è tutto OK posso andare. Anzi posso già anche tornare, perché le cose, da ora in avanti, avranno vita a sé, indipendentemente dalla mia coscienza e volontà.

Potrei anche starmene fermo sul soffitto a guardarmi vivere; tutto andrebbe come deve andare. Anche oggi sarà il solito giorno.

Il mio SUV partirà al primo colpo e mi avviserà se non avrò indossato le cinture di sicurezza. Naora, la segretaria, mi accoglierà con un “Dottore, buongiorno” accompagnato da un sorriso reduce dall’ultima sbiancatura dei denti. Poi le solite telefonate e il caffè delle dieci e trenta coi colleghi.

Intanto il SUV è partito appena ho premuto il pulsante START e un cicalino mi ha ricordato di allacciare la cintura.

Un altro pulsante fa abbassare il vetro dell’auto e una ventata di aria invade l’abitacolo. Continuo a pensare a quest’aria strana, unica nota stonata nella monotonia della giornata appena cominciata.

Ha l’odore di una donna incinta che sta per compiere i suoi giorni, se esiste un odore del genere.

Percorro il viale che porta in ufficio e dall’alto del mio fuoristrada guardo uomini e donne alle prese col loro tempo cronometrato. Cogli anni hanno imparato a guadagnare qualche secondo al passaggio pedonale, al semaforo.

Nessuno però sembra preoccupato di sentire che qualcosa sta per accadere; perché qualcosa accadrà, ne sono certo, lo capisco dall’odore dell’aria.

Il display del cruscotto mi ricorda che è venerdì, l’11 di febbraio.

Il venerdì è il giorno peggiore. Tutti alle quattordici si saluteranno; tutti si daranno appuntamento al lunedì successivo; tutti si augureranno un buon weekend. E ognuno sa che sarà identico a quello della settimana prima e anche del mese prima. Ma a nessuno importa. A nessuno passa per la testa che potrebbe fare qualcosa di diverso, di nuovo, magari anche solo ordinare un bento col pesce invece che con la solita carne, ad accompagnare il riso e le verdure sottaceto.

Ho già preso il caffè delle dieci e trenta e l’aperitivo delle dodici, un abitudine che un collega occidentale portò anni fa, e ho buttato lì un: ma non vi sembra che nell’aria c’è qualcosa di strano, oggi?

Sì, sbotta ridendo Gombei, le puzze che sgancia Kanbe! E tutti hanno riso, battendosi una pacca sulle ginocchia.

Ma io lo sento, percepisco che qualcosa si sta preparando.

“A lunedì, buon weekend.”

“Buona domenica.”

Sto lasciando anch’io l’ufficio per il fine settimana. Chiudo il portatile, lo metto in borsa e aspetto qualche secondo che arrivi Naora a salutare, come sempre.

“Arrivederci, Dottore, si diverta” ammicca dalla porta, e va via anche lei.

Anche oggi ogni cosa è quadrata, niente è andato fuori posto, tutto è stato in ordine, come i capelli della mia segretaria. Tutto tranne l’odore dell’aria.

Il viale a quest’ora è più libero e si cammina meglio.

Mi sto rilassando sul sedie avvolgente dell’auto, pronto a godermi l’inizio dei due giorni di riposo.

Dalla radio, che ho sintonizzato su un canale di classici anni 70, qualcuno ferma a metà una canzone.

“Interrompiamo le trasmissioni per un edizione speciale del giornale radio. L’Agenzia  Jiji Press ha appena lanciato un comunicato secondo cui alle 14 e 46, ora locale, un terremoto di gradi 8,9 della scala Richter ha colpito il Nord-Est del paese. Lanciato un allarme tsunami…”

Mi manca il respiro, così, all’improvviso.

Abbasso un po’ il finestrino e l’aria che entra non è più spessa e strana come è stata per tutta la giornata, oggi.

Adesso è cristallina. Sembra essersi liberata da un peso insopportabile.

venerdì 10 luglio 2015

Il cristomorto del Venerdì Santo



Aprendo vecchie cartelle e file dimenticati, trovo sempre pezzi della mia vita antica.
Antica e non vecchia, perché l'antico è finito in sé, perfetto, concluso; il vecchio è sorpassato, modificato, in fondo ormai inesistente.
Quello che segue è il primo capitolo di un racconto mai terminato di tantissimi anni fa, mi sembra fosse il '90-'92, ma che a rileggerlo ora potrebbe essere inserito benissimo in quel lavoro di autobiografia narrata che ho in testa da un po' e per cui, in fondo, ho aperto questo nuovo blog.
Ho ritrovato in queste righe un pezzo della mia Calabria, quasi un racconto delle sue radici profonde, quelle contadine, che continuano a vivere anche in questi tempi di internet, paytv e simili.
Ve le propongo così come sono, senza ritocchi. Probabilmente chi non conosce la Calabria faticherà a capire alcune cose, alcune situazioni, ma spiegare con una nota a fondo pagina avrebbe significato tradire la mia memoria e quella della mia gente.
Buona lettura!


Molti anni prima, era un tempo che minacciava pioggia.
La lunga processione, dietro la statua del cristomorto, quella del Venerdì Santo, non sembrava interessata a quello che attorno a lei accadeva. Ognuno col suo grande, irresolubile problema che nessun politico o prete poteva capire. Ognuno colla propria vacca che fa poco latte o il figlio handicappato che spacca tutto quando fuori gli ridono dietro e lo rincorrono e prendono a pietre.
Solo lui, il cristomorto del Venerdì Santo si potrebbe impietosire (perché si tratta sempre di avere pietà, mai di giustizia) se l'offerta al prete sarà adeguata, se la statua calerà perfettamente nella fossa scavata religiosamente, senza urtare ai bordi, se...
La lunga processione, silenziosa, camminava tra gli alberi d'arancio, ormai vuoti, cintati di filo spinato. In testa le sottane nere del parroco e dei chierichetti; dietro, dopo la varetta della statua, quelle delle donne. In fondo, perché tutti facessero finta di non vederli, gli uomini, duri e bruni di sole.
Giunsero nel luogo stabilito e tutto si fermò come ad un comando segreto. I portatori della varetta (quegli unici uomini che potevano ufficialmente essere presenti, anzi dovevano), vestiti di un lungo saio nero, avanzarono sino alla grande buca, qualcuno scese dentro con un salto, gli altri cominciarono ad imbracare di grosse funi la statua. Poi, agli ordini di un anziano con un gran mantello bianco sull'abito dei portatori, fecero scendere lentamente il cristomorto nella fossa. A quel punto tutti si fecero ai bordi e cominciarono, ordinatamente a turno, a lanciare monete e banconote sulla statua. Chi già aveva offerto si faceva da parte e altri arrivavano. Durò tutto una decina di minuti, nel più assoluto silenzio, che si poteva sentire la segheria lontana dopo il bosco.
Enrico domandò sottovoce al prete: "Non dici niente, una preghiera, qualcosa?"
Rispose don Lillo: "No, no, niente, che è qua che ci guadagno qualcosa, senno' addio."
Capì che il silenzio faceva parte del rito, perché tutto avvenisse nel modo tramandato per generazioni, quello che solo fa riuscire ogni desiderio della gente.
Enrico non avrebbe riso più di quella risposta dopo qualche anno, quando avrebbe capito il senso della vita di quella gente.
Anche quell'anno nessuna vacca fece più latte del solito e nessun figlio deforme guarì miracolosamente, ma ogni Venerdì Santo poteva essere quello buono e ci poteva essere un po' di pietà per qualcuno.
Aveva visto, Enrico, arrivare in paese qualche politico, grande o piccolo, importante o aspirante tale; nessuno però meritava il rispetto per il cristomorto del Venerdì Santo, forse perché il cristomorto era persona troppo seria per aprire bocca a promettere qualcosa se non quello sentito alla domenica a Messa e ripetuto dal parroco durante le prediche.
In questa terra di cui è impossibile raccontare storie liete o normali perché un dio o uomini più potenti di un dio hanno così stabilito, ogni paese ha il suo cristomorto del Venerdì Santo; in ogni paese il tempo si ferma al Venerdì Santo senza arrivare mai alla Domenica di Pasqua.
Così come ogni paese ha il suo onorevole o amico d'onorevole, simboli borbonici o papalini sopravvissuti, loro sì, a terremoti, pestilenze e governi. Ci furono anche liberatori che passarono da lì durante le guerre di tutti i tempi, ma solo perché era l'unica strada per arrivare a Roma.
Ma qui ogni viso nuovo potrebbe essere quello di chi libera dal predecessore, anche se tutti sanno che in fondo solo il cristomorto del Venerdì Santo è quello che aiuta davvero, forse perché anche lui è morto inseguendo un sogno di libertà.
Chi, meglio di uno che ha sofferto come loro?
Qui, dove tutto è nero e di pietra, le donne sposate e le madonne (solo le notti sono di stelle e di luna splendente), qui dove il mare è così cattivo che obbedisce e si fa attraversare solo dai santi, qui continuano a nascere uomini e a morire bestie.