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sabato 6 febbraio 2021

Mi ricordo! Sì, ma cosa? E Come? Tra storia e memoria, per riflettere.

Ricordiamo tutti il film di Benigni La vita è bella.
E ricordiamo di come alla fine arrivano gli americani e liberano tutti quelli che erano nel campo di concentramento. E rimarrà per sempre il ricordo di questi soldati a stelle e strisce che entrano trionfalmente ad Auschwitz (e negli altri campi) a porre simbolicamente fine al Terzo Reich e al nazismo. Questa è la memoria.
Poi c'è la storia. Che dice che furono i russi ad entrare ad Auschwitz e a liberare quegli uomini.
Ma i russi erano i cattivi, i comunisti nemici degli americani e dei loro alleati.
Così la memoria ha semplicemente cambiato la storia.
Un altro esempio.
Mio padre mi raccontava di come durante la seconda guerra mondiale la sua famiglia si era rifugiata in campagna e di come una volta fu costretto a buttarsi in un gallinaio perché da un aereo tedesco sparavano raffiche di mitra che lo sfioravano; questa è storia.
Ma quando mi raccontava che quei colpi venivano dai tedeschi che stavano dando l'ultimo colpo di coda dopo la caduta del fascismo, mio zio, fascista fino alle midolla, diceva che quelle raffiche di mitra servivano ai leggittimi occupanti nazisti per cercare di stanare i partigiani e gli americani sbarcati in Sicilia.
E così ecco che ancora una volta la memoria ha letto la storia a proprio uso e consumo.
Questo per dire che non può esistere una memoria condivisa, perché la memoria è come gli uomini vedono le cose, da quale punto di vista e perché.
Il nostro tempo è il tempo che vuole (vorrebbe) recuperare la memoria delle cose, del passato, ma spesso non si rende conto che non sta ricordando ciò che è successo per evitare gli errori commessi (come dovrebbe essere ogni racconto storico), ma sta dando un giudizio sulla storia.
È normale che se dico che il nazismo, il fascismo, il comunismo sono state (e ancora in qualche parte del mondo lo sono) dittature feroci e crudeli dico una cosa vera; ma rimane pur sempre un giudizio, dato col senno di poi.
Penso che tutti abbiamo ascoltato racconti di uomini qualunque, della strada, che raccontano di come il fascismo era bello, di come tutto funzionasse alla perfezione. Chi non conosce la frase: quando c'era LVI i treni arrivavano in orario!
Per rimanere in tema di ricordi, mio nonno (di cui io porto il nome) fu mandato al confino per 5 anni in una zona insalubre della Calabria perché pur essendo un dirigente locale delle FFSS non volle iscriversi al fascismo.
Al ritorno dal confino si sposò, ebbe dei figli, mantenne il posto e... senza nessuna sollecitazione (o punizione) ulteriore dopo qualche anno divenne addirittura ronda notturna fascista.
Allora mi chiedo: come dovrei narrare io questa storia? Dovrei fare memoria del nonno che va al confino pur di non aderire al fascismo o ricordare il nonno che faceva le ronde notturne?
Dobbiamo stare molto attenti a quando, in nome di un politicamente corretto, etichettiamo cose e persone con il senno del nostro tempo.
Ancora una volta: dobbiamo distinguere la memoria dalla storia, perché altrimenti ci costruiremo (e lasceremo ai posteri) una storia che non c'è, una realtà mai veramente esistita.
E una società che si costruisce su queste basi non ha radici.
 
Ogni volta che celebriamo (o si decide di fare) una giornata della memoria per ... -mettete un po' voi, ricordiamo che non stiamo rendendo un servizio alla storia ma stiamo dando un giudizio su di essa; da qualunque parte la prendiamo.
Anche questo post, si inserisce sempre in quel progetto che vado pian piano costruendo sul senso di un nuovo rinascimento.
 
N.B.: con questo post non voglio assolutamente sposare le tesi di negazionisti o nazifascisti. Metto solo un po' di carne al fuoco per discutere.


Tim il Guiscardo
Vice Comandante dell'Astronave Terra
(in attesa che torni il Capo)

venerdì 18 dicembre 2020

(Questo non è un) Racconto di Natale

 ... cioè, è un racconto di Natale, ma nel senso che vi racconterò un Natale della mia vita...
Tra il 1965 e il 1966 andammo ad abitare in una nuova casa, in una nuova zona della mia città. Io avevo 5/6 anni e mio fratello era appena nato.
Ricordo ancora che quando terminava il marciapiede del palazzo, iniziava la campagna. E quando pioveva abbastanza forte il fango si riversava sul tratto di strada asfaltata. Oggi, a distanza di più di 50 anni, quella è una zona centrale della città, a pochi metri dall'Ospedale e dal Campo Sportivo.
Siamo stati tra i primi ad abitare in quel condominio, che era composto da 2 scale, A e B, e aveva (cosa quasi fantascientifica per quei tempi!) l'ascensore, che abbisognava di monetine da 10 lire per attivarsi.
Dopo qualche anno venne ad abitare sul mio stesso pianerottolo -eravamo al V piano- una sorella di mia madre che, al pari nostro, aveva 2 figli: un maschio e una femmina.
Quindi la situazione figli era: io, mio fratello e due cugini. Io ero il più grande e mio fratello il più piccolo.
Passò ancora qualche anno e anche l'altra mia zia per parte di madre scelse di venire a stare vicino a noi e prese un appartamento al secondo piano.
E qui scatta la memoria.
Zia Pina, quella del secondo piano, era la zia che tutti avremmo voluto avere: paciosa, sempre sorridente, con una risata contagiosa, accogliente sin dal suo aspetto fisico. Anche zia Pina aveva due figlie; anche se non ricordo se la seconda fosse già nata a quel tempo.
Ebbene, zia Pina aveva l'abitudine di allestire un grande albero di Natale, come quello che esiste nell'immaginario di ogni bambino (o forse è solo nell'immaginario del me adulto che vuol tornare bambino?). Non era solo una albero grande: era proprio un grande albero (cit.), fatto con tutte le stelle filanti, i fiocchetti e le palline che ci dovevano essere, messe tutte al posto giusto, e con una grande stella cometa in cima.
Ma la particolarità dell'albero di zia Pina erano gli cioccolatini appesi ai rami, di tutte le forme (babbinatale, palline, pacchettini infiocchettati...), avvolti in stagnole luccicanti.
Durante tutto il periodo delle feste, zia Pina comprava questi cioccolatini e li appendeva via via all'albero, perché c'era la sorpresa finale: il 6 gennaio si faceva, noi nipoti/cugini, una grande tombolata a casa sua e come premio alle varie estrazioni si vincevano gli cioccolatini.
Sì, non è una grande trovata, per un adulto; ma noi eravamo bambini, vivevamo di sogni e un cioccolatino era un sogno grande per un bambino di allora.
Perché a quei tempi il panettone si teneva sotto l'albero e si apriva solo il giorno di Natale.
I nostri regali restavano impacchettati in bella mostra tutti insieme e si scartavano solo il 25 dicembre al mattino.
E se scrivevi, come si scriveva, la letterina di Natale non era detto che tra i regali trovavi proprio quel che avevi chiesto.
Perché a quei tempi se eri bambino (e non solo!) il mondo te lo dovevi conquistare davvero, anche il regalo di Natale.
Non sono così stupido da non capire che comunque i regali erano indipendenti dalla tua mansuetudine e bontà ma dipendevano anche (e anzitutto) dalle possibilità di far quadrare i conti di casa, ma nella testa di un bambino di 50 anni fa, se non avevi fatto il bravo qualche dubbio su quel che c'era nei pacchi incartati sotto l'albero ti veniva.
Oggi... oggi abbiamo perso, tutti, adulti e bambini, il senso del desiderio e dell'attesa, e nella nostra frenetica vita 'qui e ora' i ciccolatini di Natale non fanno in tempo ad arrivare a casa; immaginiamoci ad essere appesi ad un albero addobbato come quello di zia Pina.
E voi ce l'avete un ricordo particolare del vostro Natale da piccoli?

(C'è un intruso nel mio blog...)



Tim il Guiscardo
Vice Comandante dell'Astronave Terra
(in attesa che torni il Capo)


mercoledì 2 marzo 2016

Il nome di Umberto Eco (2)

(Andate a rileggervi qui la prima parte)
... Così decisi di trovare un posto tranquillo dove continuare a leggere.
La storia non si può fermare.
Il primo posto che mi venne in mente fu proprio il grande giardino in cui era immersa la facoltà. Perciò attraversai la piazza in direzione Stazione Termini e mi fermai sotto la pensilina del capolinea del 90 (il numero lo ricordo come fosse oggi!) che mi avrebbe portato, dopo aver attraversato tutta via Nomentana, all'altro capolinea, proprio a pochi passi dall'Università.
A quell'ora il pulmann era abbastanza vuoto e trovai da sedere.
Non volli però riaprire il libro, per non perdere l'atmosfera. Giocai invece, come sempre, a indovinare la vita delle persone.
Devo amettere con un po' d'imbarazzo di aver sempre avuto una 'fissa': osservare la gente. Non in modo morboso, ma per rubarne il pezzo di vita che portano in sé.
[Excursus. La mia concezione del mondo è più o meno questa (mettendo da parte l'aspetto di fede): noi viviamo in un tutto completo in sé, anzi siamo parte di un tutto. Un tutto che è perfetto così com'è, non perché sia il top, ma perché è il meglio di quello che realisticamente possiamo avere. L'innalzamento della temperatura globale è sicuramente un dramma, ma finora abbiamo avuto quello che ci ha permesso di andare ugualmente avanti: il meglio di quello che possiamo avere.
Perciò osservando le persone nei loro gesti, rubando le loro conversazioni, leggendo ciò che scrivono, completo l'immagine del mondo che mi serve per comprenderlo e viverci sempre meglio. È un discorso lungo e complesso; magari qualche volta lo facciamo, che dite?] 
Intanto il pulmann si era fermato e aveva spento il motore in attesa di ripartire e tornare a Termini.
Feci la breve salitina fino alla facoltà ed entrai.
Conoscevo diversi posti dove 'infrattarmi' per continuare in tranquillità la lettura e ne scelsi uno al sole, ché l'aria era ancora abbastanza fresca.
Guglielmo da Baskerville e Adso da Melk continuavano nelle loro investigazioni, il primo soprattutto dell'animo umano senza dimenticare i misteri terreni; il secondo (affidatogli perché fosse istruito) scopriva aspetti della vita che un giovane novizio benedettino come lui non immaginava neanche e neanche avrebbe dovuto, a cominciare dai piaceri della carne a cui viene iniziato dalla giovane amica del monaco Remigio.
Le figure dei monaci del monastero continuavano a girare attorno ai due, fino a diventare veri e propri pericoli.
Ma non sto qui a raccontarvi la storia, che conoscete sicuramente tutti.
A mezzogiorno mangiai qualcosa in una tavola calda poco fuori i cancelli della facoltà, tornai dentro, cambiai panchina ché anche il sole aveva cambiato posto, alle tre entrai per l'incontro cui dovevo partecipare.
Poi il pulmann mi riporto a Termini e da lì in una decina di minuti a piedi arrivai alla pensione dove facevo sempre tappa.
Solita cena a base di pizza, che l'egiziano lì sotto faceva in modo strepitoso e poi, visto che già a quei tempi non era 'igienico' girare per certe zone di sera e perdipiù da solo, subito in camera a riaprire il libro. 
Non sto a raccontarvi che rimasi in piedi fino a tardi per finire la lettura perché non è vero: quando è un certo orario io devo chiudere gli occhi e dormire, specie se la giornata è stata impegnativa come lo era stata quella.
Perciò chiusi il libro e mi addormentai.
E la mattina seguente, dopo la colazione al solito bar, eccomi finalmente alla ricerca di un altro posto tranquillo dove leggere come andava a finire, che trovai in un piccolo parco vicino il mercatino rionale.
Così lessi e seppi "chi era stato". E non solo, ma capì anche che "Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus" (Della rosa primigenia esiste ormai soltanto il nome: noi possediamo nudi nomi" *.
Insomma: cosa mi ha lasciato aver letto Umberto Eco?
Il nome.
Come 'di ogni cosa a noi non resta che il nome', così ugualmente d'ogni persona resta quello che noi abbiamo trovato nel suo pensiero.
Eco mi ha fatto vedere una sfaccettatura della vita e del mondo, mi ha dato una chiave di lettura della storia d'oggi raccontandomi una storia di ieri.
Certamente il suo modo di raccontare mi ha immerso totalmente in quell'abbazia e mi ha dato un paio d'occhiali speciali (non quelli appena sperimentali che usava Guglielmo!) per vedere il mondo. 
Di Eco, dicevo, non (mi) resta che il nome. Dalla lettura di quel libro ho imparato l'angolazione-Eco: davanti ai fatti della vita, ho imparato ad immergermi, ad entrare in empatia con le cose e con le persone.
E il tutto, che non guasta, attraverso una piacevole e intrigante storia mistery!

L'Oste Juan

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* Con queste parole termina il libro.

martedì 23 febbraio 2016

Il nome di Umberto Eco

Questa era la copertina!
Ora che tutti hanno smesso di parlare di Umberto Eco, volevo azzardare a dire qualcosina io.
Ma a modo mio, cioè raccontandovi di me e lui, di come l'ho incontrato (letterariamente parlando), di quello che mi ha lasciato.
Premetto una cosa: quando dico che un autore "mi lascia qualcosa" non voglio dire che senza di lui non avrei conosciuto un aspetto della realtà, ma che grazie a lui ho trovato in me un modo per leggere la realtà.
Sono arrivato tardi al libro che ha reso famoso al grande pubblico Eco, quello che lui riteneva il suo peggiore: "Il nome della rosa".
Conoscevo l'autore perché mi capitava di leggere le sue bustine di Minerva su L'espresso, ma niente di più. Diciamo che mi stava simpatico, mi piaceva quel suo scrivere fluido ma contemporaneamente denso, che faceva capire per bene tutto quello che voleva dire. O almeno così a me sembrava.
Avevo anche sentito parlare del suo libro e del film che qualche anno dopo ne era stato tratto, quello con Sean Connery e Christian Slater (il nome di quest'ultimo l'ho trovato su Wiki, altrimenti... ). Ci sarebbe la questione che il film non è tratto da libro, ma dal palinsesto del libro, ma la cosa mi porterebbe lontano.
Il libro in mano comunque non l'avevo mai avuto materialmente.
La storia inizia una mattina di un lunedì fuori dalla stazione Termini di Roma, diciamo che siamo nei primissimi anni '90. A quel tempo andavo a Roma ogni 15 giorni per questioni di studio: arrivavo il lunedì mattina, al pomeriggio facevo lezione e ripartivo al pomeriggio del martedì.
Non so se ci sono ancora (manco da Roma da più di 20 anni), ma allora in piazza Esedra, se non ricordo male il nome, era pieno di bancarelle che vendevano di tutto, anche libri usati.
Questo era il benvenuto che Roma mi dava: mi faceva perdere in centinaia di titoli, di copertine colorate, di autori sconosciuti da scoprire; un sogno! Ah, poi c'era i piccioni, ma questa sarebbe un'altra storia...
Quella mattina scendo da pulmann con cui ero arrivato dalla Calabria e comincio a gironzolare per i banchi. Avevo già preso un librettino di non ricordo cosa né di chi e stavo per abbandonare la ricerca, perché facevo conto che quella lettura mi avrebbe tenuto occupato fino al rientro in Calabria.
Ma... ecco che all'improvviso mi ritrovo in mano questo volumetto color senape in edizione economica della Bompiani. Sapete che io sono un feticista dell'odore della carta e questa è la cosa che mi ha subito colpito: il colore, l'odore, la compattezza del numero di pagine. Era perfetto da tenere in mano camminando e leggendo.
Insomma lo comprai.
Non ricordo qual'era il suo prezzo, ma tenendo conto delle mie finanze di allora non doveva superare le 500 lire o giù di lì, altrimenti l'affare non si sarebbe fatto.
Normalmente andavo subito a prendere la camera in albergo e poi facevo un giro per far passare la mattinata.
Ma quella mattina accadde qualcosa. Appena lasciata la bancarella aprii il libro e cominciai a leggere qualche riga dell'inizio. Mi potrete anche dire che tutto ciò che segue è un racconto romanzato, che certe cose succedono solo nei film; dite quel che volete, ma è la verità.
Trovai la prima panchina libera e sedetti, sempre leggendo. E più leggevo più mi sembrava di aver sempre letto quella storia. Mi sembrava di conoscere ogni personaggio, anche quelli appena incontrati. Poiché lo stomaco brontolava (avevo fatto una specie di colazione in un area di servizio durante il viaggio verso le sei di mattina) decisi di mettere qualcosa sotto i denti e presi quel che trovai di buono da una bancarella di alimentari nelle vicinanze.
Era una bellissima giornata, e tutto spingeva a non chiudermi in una stanza d'albergo.
Così decisi...
Alt! Mi rendo conto che la narrazione si sta facendo troppo lunga per un post solo; si rischierebbe di far calare l'attenzione.
Perciò io mi fermerei, per il momento, qui.
Alla seconda parte!

Il diarista Oste Juan
   

lunedì 11 gennaio 2016

David Bowie (1947-2016)


EROI

Io, io sarò re
E tu, tu sarai la regina
Sebbene niente li porterà via
Li possiamo battere, solo per un giorno
Possiamo essere Eroi, solo per un giorno
 
E tu, tu puoi essere mediocre
E io, io berrò tutto il tempo
Perché siamo amanti, e questo è un fatto
Si siamo amanti, è proprio così
 
Sebbene niente ci terrà uniti
Potremmo rubare un po' di tempo,
Per un solo giorno
Possiamo essere Eroi, per sempre
Che ne dici?
 
Io, io vorrei che tu sapessi nuotare
Come i delfini, come i delfini nuotano
Sebbene nulla,
Nulla ci terrà uniti
Possiamo batterli, ancora e per sempre
Oh possiamo essere Eroi,
Anche solo per un giorno
 
Io, io sarò re
E tu, tu sarai la regina
Sebbene niente li porterà via
Possiamo essere Eroi, solo per un giorno
Possiamo essere noi, solo per un giorno
 
Io, io posso ricordare (mi ricordo)
In piedi accanto al Muro (accanto al Muro)
E i fucili spararono sopra le nostre teste
(sopra le nostre teste)
E ci baciammo,
Come se niente potesse accadere
(niente potesse accadere)
E la vergogna era dall'altra parte
Oh possiamo batterli, ancora e per sempre
Allora potremmo essere Eroi,
Anche solo per un giorno
 
Possiamo essere Eroi
Possiamo essere Eroi
Possiamo essere Eroi
Solo per un giorno
Possiamo essere Eroi
 
Siamo un nulla, e nulla ci aiuterà
Forse stiamo mentendo,
Allora è meglio che tu non rimanga
Ma potremmo essere più al sicuro,
Solo per un giorno
 
Oh-oh-oh-ohh, oh-oh-oh-ohh,
Anche solo per un giorno.

(traduzione trovata qui)

Il riconoscente Oste Juan

lunedì 24 agosto 2015

Jack McCoy, uno di famiglia

Questo post per dire che per il prossimo mesetto sarò poco on line causa... lavoro. Per fortuna inizia la scuola e con essa (speriamo!) il lavoro più intenso per me che ho una cartoleria.
Quindi poche visite ai vostri blog, pochi post sul mio.
Sono appassionato di telefilm gialli e polizieschi e seguo da anni le varie serie Law & Order, Criminal Intent, Criminal Mind, e via nominando. Non C.S.I., almeno non le ultime serie che trovo troppo truculente e dove le scene 'insanguinate' sono troppe e inutili, messe lì solo per splatteggiare e attizzare il teleutente malato.
Tengo a precisare che non ho abbonamenti ad alcuna pay tv, quindi i serial che vedo sono solo quelli trasmesse da emittenti in chiaro; perciò niente ultime stagioni o speciali. Insomma solo quello che passa il convento; e mi sta bene così: io la televisione la guardo (e anche poco) quando mi pare, non sono il suo schiavetto.
Chi di voi si diletta di cinema e tv avrà riconosciuto nell'attore oggi in copertina Sam Waterston, divenuto famoso anche e soprattutto come il Vice Procuratore Jack McCoy nella serie Law & Order. Io lo ricordo anche in alcuni film di Woody Allen (tra cui il bellissimo Crimini e Misfatti, che per me resta il capolavoro di Allen) e in un telefilm della serie Ai confini della realtà, di cui non ricordo il titolo e che non ho voglia di andare a cercare su Wikipedia.
Ma non è questo l'argomento del post. 
Ebbene, dopo anni passati a fare il tifo per la Procura di New York rappresentata da McCoy contro i cattivi, qualche settimana fa nella mia mente si è fatta strada un'idea: Sam Waterston somiglia a mio padre.
Ora non pensate ad un sosia, ma molti dei tratti somatici di mio padre li ritrovo in lui.
Non so se sono le sopracciglia folte, i capelli bianchi, il viso squadrato e la pelle indurita sotto il mento, non so se è tutto questo nel suo insieme, fatto sta che ormai ogni volta che Sam Waterston compare sullo schermo io penso a mio padre.
Molto del mio essere chiuso, introverso, riflessivo, nasce dal rapporto con lui, e lo dico senza disturbare Freud. I miei genitori erano persone squisite, corrette, ma non hanno mai esternato un sentimento d'affetto per noi o tra di loro. Non che abbiano abbandonato noi due figli a noi stessi, ma io non ricordo una carezza o un abbraccio. Magari ci saranno stati quando eravamo bambini, ma io dovevo essere talmente piccolo da non averne memoria.
Ecco il mio ricordo di oggi. Ci sarebbe ancora molto da dire, naturalmente, su questo, ma per ora penso possa bastare così.
E voi che ricordo avete dei vostri genitori? O che rapporto avete con loro, se sono (come mi auguro) vivi?

Per finire, ecco la bellissima sigla di Law & Order del geniale Mike Post (in questa serie non c'è però Sam Waterston). 



P.S.: più guardo la foto e più rivedo mio padre, appoggiato ad un pino di Savelli (KR), dove avevamo una casa di montagna.

L'oste Juan



martedì 7 luglio 2015

Della Fulvia GT, grigia, e del riccio di caffè

Oggi si parla di altra Atene, ma questi erano buonissimi!
Lo devo confessare: sono molto vanitoso...
Lo dico, ma sottovoce, perché me ne vergogno.
È quasi come fosse un peccato, nel senso etico del termine; e forse lo è.
Dico questo perché i commenti di Massimiliano al mio post Le babbucce di Neil Armstrong hanno stuzzicato la mia vanità, o meglio mi hanno fatto capire che certe idee che ho in testa da un po' di tempo, e di cui ho parlato spesso in questo e nel vecchio blog, possono avere un futuro.
In particolare quella di un'autobiografia a cappella, senza accompagnamento strumentale, che tradotto dal mio sproloquio logorroico significa: fatta di soli ricordi sparsi, slegati da una storia: come tanti racconti sciolti che non fanno però un romanzo, pur essendo parte di un tutto: la mia vita.
E così ho pensato di ripostare un pezzo del vecchio blog, del lontano 2013, con altri ricordi e, forse, un altro stile.
Perché, sì, è vero: sono vanitoso!


Il tempo è diverso da quando io avevo vent'anni, oggi corre troppo veloce per i miei ritmi, fugge e mi sfugge.E mi chiedo se son io che non riesco a stargli dietro o, effettivamente, è lui che ha accelerato di brutto, nel bene e nel male.Guccini aveva appena pubblicato Eskimo e 100, Pennsylvania Avenue ed erano diventate subito la colonna sonora dei miei 18 anni.
 Io che sognavo Bologna piena di ragazzi in eskimo (io ce l'avevo verde!) che inneggiano a Marx-Lenin-Mao Tse Tung! e intanto festeggiavo il compleanno col riccio di caffè* che faceva mia madre.Il riccio di caffè era buonerrimo, non c'erano altre parole. Si stava, io mio fratello e lei, un pomeriggio intero a sbattere insieme quantità industriali di burro e zucchero col tuorlo dell'uovo, intanto che dalla moka per 12 saliva l'afrore del caffè che doveva essere fortissimo, perché poi doveva andare a sposarsi col liquore che serviva ad inzuppare i savoiardi o, in alternativa, gli Athena rettangolari. Gli Atene, sì, proprio quelli nella scatola cubica in cartone giallo, da 5 chili.Il tutto spolverato alla fine con un frullato di mandorle e nocciole a coprire. Ma, per me, senza il cacao, assolutamente!

il riccio di caffè...
Ecco, i miei 18 anni li ho festeggiati così, davanti al riccio di caffè, nella nostra casa in montagna coi parenti vicini e lontani, come si faceva una volta.
Di quel giorno mi resta nella memoria l'odore del caffè e una foto, scattata davanti al maggiolino di mio zio, con in braccio una bimbetta piccolissima, che non ricordo nenche chi fosse, e un cane che, per quell'anno, ci tenne compagnia e che poi lasciammo alle sue scorribande nei boschi quando tornammo, a fine estate, a casa.
Prima? Prima, nella mia memoria, c'è una valigia di cartone telato, a quadratini piccoli bianchi e azzurri. Quella valigia ce l'ho ancora, in cantina, piena di spaghi, la maggior parte dei quali erano di mio nonno e di mio padre, che li aveva ereditati. Sì, conservo ancora gli spaghi, di tutte le misure e di tutte le qualità: canapa grezza, sisal bianco, cotone ecrù. E so distinguere ancora quelli di mio nonno, perché lui aveva l'abitudine di bruciacchiarne le estremità, in modo che non si sfilacciassero. Oggi, se devi fare un pacco compri un rotolo di scotch avana e in due secondi, zac!, la confezione è fatta. Allora dovevi conoscere l'arte di fare il nodo, preciso e stretto da diventare non scioglibile, e piccolo quasi da non vedersi. E poi, con lo stesso spago, facevi il manico. Ma anche qui dovevai conoscerne l'arte.
Ricordo quella valigia perché l'aspettavo, il mese di maggio di tutti gli anni, quando i miei nonni ci venivano a trovare. Si andava, io mio padre e mio fratello, alla stazione a prenderli, arrivavano col rapido delle 14; mia madre restava a casa a preparare da mangiare. E io aspettavo di vedere quella valigia spuntare dalla porta della carrozza, in mano a mio nonno, che scendeva per primo dal predellino, poggiava a terra la valigia e porgeva una mano a mia nonna, per aiutarla a scendere. La valigia di mia nonna era più piccola, dello stesso materiale, ma a quadrettini marroni e neri, e anche questa ce l'ho ancora. Poi si andava tutti a casa, con la Fulvia GT grigia, quella colla leva del cambio lunghissima e il contachilometri che ruotava su se stesso.**

Un volante storico. La lucetta rossa era del freno a mano.
E io sempre lì ad aspettare che, arrivati a casa, quella valigia si aprisse e spuntasse fuori non una macchinina, una confezione di lego o qualche soldatino (per inciso: non ho mai giocato coi soldatini! forse la guerra mi faceva schifo sin d'allora!), ma una busta di plastica piena di... nespole, le nespole del giardino dei nonni! E alla fine del pranzo di benvenuto, inevitabilmente, si mangiavano quelle nespole, buonissime, col loro doppio nocciolo chiuso nell'involucro e la buccia vellutata. Quell'albero oggi non c'è più. Mio zio, che aveva ereditato la casa, fu costretto a tagliarlo per non ricordo quale motivo.*** Ma d'altra parte non ci sono più neanche i miei nonni; e neanche mio zio, un brav'uomo che si è goduta la sua breve vita, senza farsi mancare niente di tutto ciò che poteva rendergli, onestamente, migliore l'esistenza.
Stamattina, prima di aprire il negozio, sono stato in frutteria, a comprare mele e cetrioli e le ho viste: le nespole. Chissà se, oggi a pranzo, avranno lo stesso sapore di quelle dei miei nonni.
E poi... e poi, era il 1979, anzi per la precisione 29 agosto 1979, un viaggio in auto, sempre con la Fulvia grigia.
Ma questo ve lo racconto la prossima volta. Forse.


L'Oste Juan
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* la ricetta era più o meno questa, personalizzata come ogni buona cuoca sa fare.
** Quella che mio fratello ha poi usato fino all'ultimo respiro, fino a quando, ormai piena di ruggine, non si riusciva ad aprire neanche il cofano posteriore. In quale fosso riposa adesso, Giova? (aggiornamento delle 11,30: ho saputo dal diretto interessato (mio fratello) che l'auto è stata rottamata a Napoli, dopo che "qualcuno" aveva fuso il motore facendola andare senz'acqua nel radiatore. RIP)
*** Sempre grazie alla memoria di mio fratello (ma perché non le scrive lui, 'ste cose?) ho ricordato che l'albero fu abbattuto perché dovettero rifare le fondamenta del marciapiede del giardino. E ricorda ancora lui (ed io a ruota) che in quelle aiuole crescevano, tra le altre, delle piante di peperoncino rosso piccante da paura!

mercoledì 11 marzo 2015

Al numero 74

Sapevate che la città in cui sono vissuto per quasi vent'anni è anche la patria di Rino Gaetano e Sergio Cammariere?
E che in quelle che una volta erano periferie c'hanno girato molte scene de L'Armata Brancaleone?
Non ci sono nato, badate bene, ma c'ho vissuto fino al 1979 (con brevi ritorni nel 1981-2 e 1998-9). Comunque non sarà mai ricordata per avermi ospitato, né ci sarà una targa in mia memoria al n. 74 della via in cui ho vissuto per tutto quel tempo.
A meno che in questi anni che mi restano da calpestare il mondo non faccia qualcosa di sensazionale.
Ma io mi chiedo: non è già abbastanza sensazionale vivere e basta, oggi come oggi?
Perché mi rendo conto che oggi è facile sopravvivere, scansarsela alla meglio; ma vivere, coscientemente e pienamente, è difficile.
C'è una foto che avevo gelosamente conservato per anni e che poi, in uno dei tanti traslochi, è andata persa.
Ci sono io, nella foto, su uno scoglio del molo al porto. È una giornata di vento, si capisce dai capelli che svolazzano liberi (perché a quei tempi i capelli si portavano rigorosamente lunghi quanto basta per dire: io ascolto i beatles e/o i pinkfloyd) e vesto un giubbotto chiuso in vita di stoffa a quadri piccoli sul marroncino. Ho avuto per molti anni quel giubbotto che mi faceva sentire bene, riconciliato col mondo.
Come dicevo non ho più ritrovato quella foto e in qualche modo mi dispiace, perché era un'immagine di me in un'altra dimensione.
No, un attimo, non pensate a robe fantascientifiche!
Era solo un momento della mia vita diverso, cupo e velenoso sicuramente, ma ancora con un luuungo futuro davanti.
Poi penso che il futuro non dipende dalla quantità di tempo, ma di energia che ci metti in quel tempo. Ma questo l'ho capito dopo.
Perciò anche oggi, a quasi 55 anni, ho un luuungo futuro davanti.
Questa fatto di scrivere del mio passato, devo dire, sta funzionando. Anche se finora ho postato solo un paio di pezzi, i ricordi cominciano a riaffiorare quasi quotidianamente, a spizzichi e a mozzichi, ma con più vivacità di prima.
Sono andato su Street View e ho richiamato il famigerato numero 74, sono risalito fino a quel V° piano d'angolo e mi sono fermato a guardare per un po' la foto.
Ho avuto tanti flash legati a quell'immagine, ma anche sensazioni: il caldo soffocante d'estate, le vertigini provate a guardare giù, l'aria fresca della sera (che ora, invece, a distanza di tanti anni, è irrespirabile!).
questa ce l'avevo!
Sotto casa, dove ora c'è un market, c'era un negozio di giocattoli. Da bambino mi fermavo ogni volta che ci passavo, affascinato come ogni bambino non tanto dai giocattoli in sè, quanto dalla loro cromia, dalla loro lucentezza e, già da allora, dal loro essere portatori di storie.
E tra i ricordi, quello di mio zio che quando veniva a trovarci da C., dove vive ancora, si fermava sempre a comprare qualcosa per me e mio fratello. Soprattutto modellini di auto in ferro, perfetti nei minimi particolari (non badava a spese, lui!).
Ho visto che quel balcone di quel V° piano, adesso, ha una tenda da sole a strisce bianche e verdi, una parabola, si intravedono due motori per condizionatori d'aria. Oggi sono decisamente altri tempi: il mondo non finisce in riva al mare e non sappiamo più accettare una vita normale, senza aiutini, per quanto comodi.
Penso che per oggi possa bastare così.
E, come direbbe il maestro: ho tante cose ancora da raccontare per chi vuole ascoltare e a culo tutto il resto!



 



L'oste Juan

venerdì 20 febbraio 2015

Le babbucce di Neil Armstrong

A quei tempi, d'inverno, a casa, avevamo le stufe ad olio, ma fino ad ottobre si facevano ancora i bagni a mare.
Nella mente di Stephen King non c'era ancora l'Overlook Hotel e Daniel Torrance non aveva a disposizione i corridoi vuoti per le sue scarrozzate, ma mio fratello girava già col suo triciclo di ferro rosso sul balcone del quinto piano di una (allora) ridente cittadina del sud, con un remoto passato da VIP e un futuro da discarica abusiva di abominii politici e culturali. Parlo della cittadina, naturalmente.
... un remoto passato da VIP...
E portavamo le calze di lana per la notte, che faceva nostra madre.
Rigorosamente a maglia, stesso modello per tutti, stesso cordino intrecciato a chiuderle alla caviglia.
Erano fantastiche, calde, e davano alla notte l'odore dei sogni di bambino.
E quando faceva molto freddo, nostra madre accendeva il ferro da stiro e lo passava sulle calze, per renderle ancora più calde, più morbide, più rassicuranti sul fatto che se sei bambino nessun orco potrà venire di notte a prenderti.
Sapevo che il calcio erano gigiriva e mazzolaerivera; e che qualcuno diceva di essere andato sulla luna, e io l'avevo anche visto in TV, ma non capivo perché avevano fatto quel viaggio così lungo, gli astronauti.
Oggi gli esperti da bar si accapigliano per stabilire se su Marte arriveremo tra 3-5-10 anni, ma a quei tempi andare sulla luna era magico, era come vedere sullo schermo ancora in bianco e nero trasposte le illustrazioni del mio libro di Verne, quello che spero abbiate letto anche voi quando avevate la mia età.
Andare sulla luna era roba da grandi; le calze di lana erano cose da bambini.
Ma mi chiedo ancora adesso se Armstrong sotto quegli scarponi enormi aveva un paio di babucce come le mie. E se gliele aveva fatte a maglia e con amore la sua mamma.





L'Oste Juan