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martedì 16 febbraio 2021

Social e cultura: una lotta per la sopravvivenza

Un post non previsto e, come sempre, non richiesto.
Parto da una frase di Thoureau che dice più o meno così (vado a memoria): Abbiamo una grande fretta di costruire un telegrafo magnetico dal Maine al Texas ma può darsi che il Maine e il Texas non abbiano nulla di importante da comunicarsi.
Frase bella, efficace, simpatica, che si ricorda facilmente.
Perché ve la cito? 
Perché mi ha fatto venire in testa un'osservazione che riguarda il nostro modo di vivere la comunicazione e i suoi mezzi. E non solo questo.
Sapete certamente che, pur utilizzando i social media, questi sono oggetto di un profondo rigetto da parte mia. Ogni volta che apro Twitter, o Facebook o qualcosa d'altro e leggo certe cose, mi viene da andare su Impostazioni e cancellarmi l'account. Poi mi ricordo che il social è solo un mezzo e allora acquieto la mia sete di autodistruzione.
Ecco, il problema è che se non c'è niente da comunicarsi tra il Texas e il Maine, che lo costruiamo a fare un telegrafo magnetico che li colleghi?
Cioé: se non abbiamo niente da dire di costruttivo, fosse pure un saluto, che apriamo a fare tutti i giorni Facebook e Twitter e l'ammorbiamo coi nostri vomiti solo perché ci siamo alzati con la luna storta?
O se abbiamo un cervello in miniatura unito ad un ego smisurato, perché riempiamo d'insulti il primo che ci capita a tiro di post o di twitt?
Qualche settimana fa scrissi un post in cui dicevo che i social non devono andare in mano a tutti, men che meno a dei bambini.
Ma non è che gli adulti (almeno anagraficamente) siano da meno!
Tempo fa leggevo su un blog che seguo (ma che non trovate sul mio blogroll), un post abbastanza 'neutro', cioè su un argomento comune e non molto impegnato. Poi ho dato un occhiata ai commenti e mi sono reso conto che dopo una decina di risposte, 3-4 commentatori hanno inziato a darsi del deficiente, stronzo, malato di mente e chi più ne ha più ne metta. Così, senza un motivo legato al post di partenza.
Perciò mi chiedo: è democrazia liberalizzare l'uso dei social?
Ho scritto già su questo argomento, quindi vi rimando al mio vecchio post.
Il Rinascimento, di cui sto diventando un cultore nostalgico, ci ha insegnato che la cultura non è per tutti.
Bertrand Russell afferma che il Rinascimento, che segna la nascita della mentalità moderna, non fu un movimento popolare; fu un movimento d'un piccolo numero di studiosi e di artisti, incoraggiati da protettori liberali, specie i Medici e i papi umanisti.(1)
Oggi abbiamo la scuola che, grazie a Dio, permette di trasmettere i saperi che l'uomo nella storia ha raggiunto. Chiunque, quindi può avvicinarsi alla cultura e farla propria.
 
Ma siamo sicuri che il 6 politico (o il 18) siano stati un'ottima soluzione per rendere democratica la scuola e la società? Quanto danni, culturali e materiali, ha provocato questa prassi mortifera?
Livellare, al ribasso, la cultura ha come unico risultato la sua morte. 
 
La cultura infatti deve per sua natura crescere, espandersi, riversarsi su tutto ciò che tocca, perché è l'insieme dei saperi che su quell'argomento l'uomo ha raggiunto. E la scuola è il luogo dove questi saperi vengono condivisi.
Se un contadino conosce tutto ciò che lo scibile umano ha scoperto su come usare gli attrezzi dell'orto, è allo stesso livello culturale di un astronomo che scruta le stelle e le conosce una ad una attraverso i mezzi che la scienza gli da'. Non tutti possono diventare astronomi, così come non tutti possono diventare contadini.
Questa è cultura.
Purtroppo non esiste la selezione naturale sui social. O meglio: esiste ma al contrario. Per cui proliferano i dementi.
O forse esiste proprio come l'hanno pensata?
Perché è la società ad essere degenerata e quindi proliferano i degenerati...
Insomma è il cane che si morde la coda.
E io sto cominciando a farmi venire il mal di testa...
Per ora, perciò, può bastare così.
Alla prossima.

(N.B.: tutto ciò che avete letto finora è totalmente criticabile, se volete. Perciò fatelo pure, ma senza riempirmi di epiteti. Che quelli li conosco già.)

(1) Russell B., Storia della filosofia occidentale, Milano, 2019, pg. 486


Tim il Guiscardo
Vice Comandante dell'Astronave Terra
(in attesa che torni il Capo)

giovedì 4 febbraio 2021

3, 2,1... (ri)partenza! Del covid e delle cose della vita.

"Veduta di città ideale" attribuita a Leon Battista Alberti, 1480-1490
Il Covid19, di cui siamo ancora in piena pandemia, ha rappresentato uno
spartiacque.
I libri di storia parleranno di un prima covid e dopo covid, perché la sua funesta presenza in mezzo a noi ha modificato spesso radicalmente le nostre abitudini di vita.
Chissà ancora per quanto tempo non riusciremo, ad esempio, ad abbracciare i nostri cari senza avere un fremito di paura; o faremo spazio sul marciapiede a chi ci viene incontro.
E tutti ci siamo chiesti come sarà il dopo.
Ricorderete sicuramente l'#andràtuttobene con cui riempivamo le nostre finestre o i nostri post sui social.
Eppure da questi primi momenti in cui stiamo ragionando già (purtroppo!) come chi è fuori dal dramma, ci siamo resi conto che tutto non può tornare come prima.
Ma forse è anche meglio che tutto non torni come prima. 
Prima del covid19 i nostri pensieri erano rivolti ad altri problemi: i cambiamenti climatici, la povertà (assoluta: di miliardi di persone del terzo e quarto mondo; relativa: nelle nostre società opulente), le migrazioni causate da guerre e miseria, la pace...
E tutto era fermo ad analisi della situazione, a proteste più o meno veementi, a show estemporanei di personaggi forse in cerca di un momento di notorietà. Ma niente, proprio niente, si è mosso in una qualunque direzione possibile.
Insomma lo status quo ha regnato finora sovrano.
Ora la pandemia non ha di certo risolto quei problemi, ma li ha semplicemente fatti mettere mediaticamente da parte in attesa di ridarceli più drammatici ed essenziali di prima.
Io sono solo Tim, il guiscardo, un uomo della strada con una vita social (una 30ina di contatti su twitter e altrettanti su facebook; ma con una risposta che rasenta lo zero) da fare invidia, forse!, solo allo scarafaggio di Franz Kafka, ma nonostante tutto ho un mio pensiero, una mia idea.
E la mia idea è questa; non sarà originale ma prendetela per quel che è.
Abbiamo bisogno di una nuova epoca di rinascita.
Non possiamo continuare ad affrontare le sfide dell'umanità come abbiamo fatto finora, per il semplice fatto che le soluzioni che abbiamo trovate hanno peggiorato e non migliorato le cose.
Non parlo, attenzione, dei progressi scientifici che ci hanno portato a debellare malattie che nei secoli passati hanno falcidiato l'umanità.
Non parlo delle invenzioni che permettono ora di far vedere e sentire uomini che sono nati ciechi e sordi.
Ma parlo, ad esempio, di un modo di fare collettività che non permette a tutti di guarire dalle malattie e di iniziare a vedere e sentire.
L'illuminismo ha dato lo slancio alla scienza e alla ricerca (che sono indipendenti dal modo di gestire la res pubblica e quella privata) ma ha avuto anche una colpa: distruggere le radici dell'umanità.
L'illuminismo, visti i risultati a più di 200 anni di distanza, non ha messo l'uomo al centro dell'universo -come si era proposto- ma l'ha semplicemente mandato allo sbando.
L'uomo è diventato metro e fine a sé stesso.
Ma quale uomo? Esiste un uomo o esistono miliardi di uomini?
Noi non siamo una massa, non siamo il popolo.
Noi siamo individui, persone.
Abbiamo perciò bisogno di una nuova risposta, se vogliamo affrontare le sfide che abbiamo accantonato per la pandemia. E che nel frattempo hanno acquistato cento volte tanto in forza e virulenza proprio a causa del covid.
La tecnologia, che in sé è positiva e indispensabile, sta scalzando l'uomo dal trono che lui stesso si è costruito spinto dall'illuminismo. O meglio: chi ha in mano l'utilizzo della tecnologia sta riducendo in schiavitù chi non vi ha accesso.
Aver posto l'uomo al centro di tutto, lo ripeto, lo ha fatto diventare preda di un delirio di onnipotenza che ha fatto perdere il senso del 'tu', del 'noi'.
Solo la cultura può riportare la coscienza di essere 'comunità' e ridare forza e strumenti per far rinascere l'umanità.
Ciò che è accaduto nel rinascimento, che ha riportato l'uomo al centro dell'orizzonte culturale, filosofico, scientifico, spirituale, ma senza abbattere la sua storia, le sue radici.
Mi fermo qui, per ora, come fosse una prima parte, un'introduzione.
E aspetto i vostri commenti, graditi come sempre, perché i vostri commenti metteranno sicuramente sempre più carne al fuoco.
È vero che noi (io, voi e forse lo scarafaggio di Kafka) non cambieremo il mondo, ma potremmo rendere più vivibile quel pezzetto di terra che abitiamo.
Questo brano parla di ripartenza. Francesco Di Giacomo (che Dio l'abbia in gloria!) e il Banco ci raccontano la storia di un soldato che torna a Stalingrado...
 

 


Tim il Guiscardo
Vice Comandante dell'Astronave Terra
(in attesa che torni il Capo)
 

mercoledì 27 gennaio 2021

Dobbiamo sbatterci il muso contro la realtà!

Saper dire no. E insegnare a rispettare il no.
Cominciamo col dire che una bambina di 10 anni non può, per legge, avere un
profilo social.
Sono tante le cose che un minorenne, per legge, non potrebbe fare ma fa tranquillamente.
È vero: una 15enne può andare in farmacia e senza ricetta medica né consenso dei genitori può acquistare la pillola per abortire; ma tenuto conto del valore che la nostra società da' alla vita umana, alla sua protezione e valorizzazione, non c'è da meravigliarsi. 
Una persona minorenne, per legge, non può fare acquisti on line; eppure questo (lo dico per esperienza personale, visto che lavoro anche per un corriere) avviene quotidianamente. E non si può dire che i genitori potrebbero non esserne a conoscenza, visto che sono loro che forniscono i soldi e/o l'accesso ad una carta di credito.
Mi è capitato di ascoltare una trasmisisone radiofonica, a proposito della morte della bambina di Palermo per asfissia dovuta al gioco sul social, in cui un genitore si vantava di avere una figlia 10enne saggia. Infatti prima di Natale ha chiesto di avere Tik Tok e i genitori gliel'hano concesso, ma solo con l'utilizzo dai loro telefonini, per poter controllare quello che ne faceva. Poi a Natale le hanno regalato il telefonino (a 10 anni...) e ha installato il social anche lì. Dopo la tragedia dell'altra bambina i genitori le hanno chiesto di disinstallare TT e lei ha risposto: ma io l'ho già tolto sia dal mio telefonino che dal vostro! Tutta questa cosa con l'orgoglio dei genitori, che hanno pensato di avere, appunto, una figlia saggia. Ma che non si sono però resi conto che la loro figlia era entrata nei loro cellulari e vi aveva fatto delle operazioni a loro insaputa. Perciò mi chiedo: che controllo reale (in senso positivo!) hanno questi genitori sulla loro figlia e su ciò che fa?
Mi direte che i figli non vanno controllati, che bisogna dare loro fiducia, ecc. ecc .
No. I genitori devono sapere ciò cosa fanno i loro figli, almeno fino a che questi non hanno la maturità sufficiente per sbagliare per conto loro e saperne pagare le conseguenze. Come dice Paolo Conte: è nel mondo degli adulti che si sbaglia da professionisti.
Un genitore è un genitore, altrimenti sarebbe un amico, un insegnante, un collega di lavoro, un compagno del calcetto o della pallavolo. 
Capisco che il senso dei ruoli non esiste più nella nostra società e scegliamo noi quello che vogliamo fare e quello che non vogliamo fare. Ma qui non si tratta di essere incerti tra un gelato alla fragola e uno alla cassata siciliana; qui si tratta di fare il genitore, quello che una volta veniva definito il mestiere più difficile al mondo.
Poi è arrivato il '68, i figli dei fiori, la droga 'leggera' (nel senso che ti accompagna piano piano, con leggerezza, a sballarti il cervello con cocaina, eroina e lsd), e allora i genitori sono diventati obsoleti, un'istituzione del potere da abbattere, cancellare; tranne quando ti servivano i soldi per comprarti il pulmino volkswagen su cui caricare gli amici e farti il viaggio in India o in Olanda.
Sono troppo drastico e duro?
Certo, voi come reagireste davanti ad una bambina di 10 anni che muore per un 'gioco' su un social?
Possiamo fare tutte le analisi che vogliamo, ma dobbiamo anzitutto guardare in faccia la realtà, partire da ciò che succede quotidianamente. Altrimenti faremo discorsi da turris eburnea, come quei filosofi e pensatori che ragionano su un mondo che non esiste se non nella torre in cui si sono rinchiusi per lasciare fuori la vita.
Per l'esame di metodologia pedagogica ho studiato su un libro di cui non ricordo né titolo né autore (sono passati più di 30 anni...). Ma ricordo le parole dell'introduzione, in cui l'autore diceva più o meno così: ho già scritto 2 libri sull'argomento (l'educazione di bambini e adolescenti). Poi ho avuto un figlio e ho capito che ne dovevo scrivere un altro in cui si parla di cose vere e non accademiche.
Ora questa bambina (come quell'altro di 9 anni che probabilmente voleva emularla) è diventata un angioletto, con contorno di cuoricini, frasi mielose e spezzacuore sugli striscioni e sui social.
Ma noi siamo una società che non bada alla conseguenza delle proprie azioni e trova sempre il modo di giustificarsi e lavarsi la coscienza con qualche rito assolutorio e catartico.
E perciò ormai è tutto passato. Una vita umana è salita in cielo coi palloncini del funerale e noi siamo tranquilli, è di nuovo tutto ok.
Spiegatemi pure tutte le cose che volete; ragionatemi sul fatto che non è più il tempo delle punizioni corporali (con cui siamo cresciuti tutti quelli della mia età), che esiste la fiducia nei giovani, l'amicizia tra genitori e figli... tutto ciò che volete.
Io vi metterò sempre davanti una bambina di 10 anni che aveva la fiducia dei suoi genitori, che aveva nel web il suo mondo, che è morta perché aveva un telefonino su cui aveva installato un social e che per causa di questo social non c'è più.
Perché io ragiono molto sui fatti e poco sulle parole.
E perciò: possiamo usare tutti i metodi educativi che vogliamo, ma dobbiamo sempre partire dal presupposto (se gli vogliamo bene) che i bambini sono bambini.
 

 
 
Tim il Guiscardo
Vice Comandante dell'Astronave Terra
(in attesa che torni il Capo)

venerdì 8 gennaio 2021

C'è vita nell'universo? C'è democrazia sui social? Ci deve essere?

Come tutti sapete (penso...) io ho un'attività commerciale.
Ora poniamo il caso che arrivi da me un tale che traffica in, mettiamo, cosmetici e mi chiede se può usare (gratis) un angolo del mio negozio per esporre e vendere i suoi prodotti.
Io accetto, perché se qualcuno entra ad acquistare un rossetto, poi magari compra anche un mio prodotto, o comunque per me si tratta di pubblicità gratuita.
Poniamo ora che io mi renda conto che quei prodotti cosmetici non sono, secondo il mio insindacabile giudizio, idonei ad essere venduti nel mio esercizio perché, ad esempio, non sono proprio il top, abbassano il range qualitativo della mia esposizione al pubblico; il pubblico che il prodotto mi porta è troppo invasivo, fa cagnara, mi mette tutto sotto sopra; o semplicemente il tipo mi sta sulle scatole per qualche motivo e non voglio dargli più il mio appoggio. 
Perciò, non essendoci un contratto vincolante, gli mando una bella letterina e lo metto alla porta.
Bene. 
Ora veniamo all'attualità: Facebook ha deciso, dopo la storia di Trump che ha aizzato i suoi sui social e provocato l'assalto a Capitol Hill (dicono le cronache), di sospendere l'account dell'ormai ex presidente a stelle e strisce per due settimane.
È giusto?
Sì, per me è giusto.
Perché Facebook è un'azienda privata e a casa sua può fare quello che vuole. D'altronde Mark fa tutto questo per campare e avrà una platea pubblicitaria di un certo tipo, attenta alla faccia che compare vicino al proprio marchio.
(Perché non sembra, ma nella vita visibile e tangibile comanda il politicamente corretto di sinistra; nella vita reale chi ha in mano la situazione è la destra. Sempre che destra e sinistra abbiano ancora un significato.)
Del resto da quando esiste il Facebook russo, moltissimi clienti di Zuckerberg sono passati alla concorrenza perché, a loro dire, nel nuovo social c'era più libertà d'espressione e più omogeneità di punti di vista. Insomma: gli piaceva di più.
Tutta questa storia, secondo me, porta però alla luce un fiume sotterraneo di princìpi che forse nella comunicazione globale andrebbero non solo affrontati, ma anche risolti.
Sì, siamo pieni di studi, libri, blog, che cercano di indagare su quanta libertà c'è nei social, se ciò che scrivo ha diritto a rimanere su FB o su Twitter perché l'ho scritto io, è il mio pensiero e nessuno deve sindacare in proposito, ecc. ecc. .
Ma cosa sono i social? Di chi sono?
Io, che sto usando blogger per scrivere queste cose, che diritto ho a farlo?
È un piacere che blogger mi sta facendo?
Forse quello che potrei fare, quando la cosa prende una brutta piega (leggi: non mi piace la politica censoria di Fb/Twitter/...) è cambiare social. Per usare l'esempio d'inizio: se ad un cliente non piacciono i miei prodotti o i miei prezzi, o gli sto sulle scatole io personalmente, può sempre andare da un'altra parte.
Ma c'è "un'altra parte" come la voglio io, in rete?
E voi, fuori da luoghi comuni, complottismi, politicamente corretto di destra o di sinistra, cosa ne pensate? Insomma: la vostra testa cosa vi dice?
Rispondete pure, che io non vi censuro!

Tim il Guiscardo
Vice Comandante dell'Astronave Terra
(in attesa che torni il Capo)