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sabato 6 marzo 2021

Sono un maschilista fallocratico.

Uomo nudo, studio. (T. Gericault)

Un pezzo breve ma sentito.
Che mi è stato ispirato dalla lettura di un twitt.
Di cui non citerò l'autore non perché non abbia il coraggio di farlo, ma perché è uno dei tanti che leggo dappertutto e che, penso, è capitato e capiterà anche a voi di leggere.
Partiamo dal twitt:

Io non voglio essere come un uomo. Con tutto l’affetto. Ho studiato architettura, approfondendo gli aspetti costruttivi, strutturali, climatici degli edifici, dal cemento alle murature antiche. Non come un maschio, ma come me. E io sono donna. Architetta, architettrice, come loro: (e qui sono postate foto di realizzazioni architettoniche progettate, presumo, da donne)

In verità a questo twitt ho già risposto con questo post su facebook:
Francamente questa storia che ci sia un sesso superiore all'altro, che un sesso sia quello buono e uno quello cattivo, che uno sia indispensabile e l'altro inutile e dannoso, mi ha rotto.
Penso che questa sia la causa del fatto che stiamo come stiamo.
E lo dico leggendo continuamente post di DONNE che pensano così di elevarsi dalla massa.
Che differenza c'è, a questo punto, con un UOMO che si sente superiore, che pensa di far parte del sesso buono e indispensabile?
Esiste un dato scientifico e obiettivo che un sesso, uno qualunque dei due, sia superiore all'altro, buono e indispensabile?
Perché anche il linguaggio che sembra più inoffensivo  è violento.
E ci sono uomini stronzi e ci sono donne stronze.
E ci sono uomini violenti e ci sono donne violente.
 
Una donna che si dice orgogliosa del proprio lavoro è, per il politicamente corretto, una femminista orgogliosa che sbatte in faccia al maschio quella che considera la propria superiorità.
(E io in questo ci vedo molta violenza.)
Un uomo che si dice orgoglioso del proprio lavoro è solo un maschilista fallocratico.

Tim il Guiscardo
Vice Comandante dell'Astronave Terra
(in attesa che torni il Capo)

giovedì 4 marzo 2021

Libertà vo' cercando! Sei sicuro? Quanto ti costa la libertà?

"Libertà vo' cercando..." (Dante, Purgatorio, canto I, 71)
Una visione del mondo è quella che ti permette di incasellare nella tua mente le
cose che accadono, di poterle spiegare, di poterle giudicare e quindi di poterci rispondere.
Ognuno di noi ha la propria visione del mondo.
Una visione che si è fatta con l'esperienza, leggendo libri, ascoltando altri parlare o, soprattutto, guardando la loro vita.
Nessuna visione del mondo è giusta o sbagliata. Ma su questo si potrebbe molto discutere, poiché ci sono visioni del mondo che interagiscono pesantemente con la vita di chi ci sta intorno e possono portare a un danno per gli altri. Penso al razzismo, all'intolleranza verso l'altro (non solo verso una minoranza: siamo tutti la minoranza di qualcun altro), ai regimi politici dittatoriali, ecc. . 
E c'è un concetto, strettamente legato alla visione del mondo, che è quello della libertà.
Oggi vorrei riflettere con voi sulla pericolosità della libertà.
La libertà è pericolosa perché costringe a mettere continuamente alla prova la propria visione del mondo.
Siamo infatti continuamente chiamati a navigare nel mare del mondo, lontano dalla terra ferma.
Questo ci da' sicuramente la vertigine di poter andare, intellettualmente e spiritualmente, dove vogliamo, senza che nessuno ci possa mettere paletti. Possiamo, cioè, anche contestare le idee di chi fino ad un attimo prima consideravamo maestro, perché abbiamo riflettuto con la nostra testa e abbiamo capito che le sue idee non ci aiutano più a leggere la realtà come vorremmo.
Attenzione! Non sto dicendo che dobbiamo cambiare idea ad ogni soffio di vento (quando si dice: esser banderuole...), cioè ad ogni nuova idea che ci si pone davanti solo perché ci stuzzica intellettualmente.
Resta sempre il principio della visione che abbiamo del mondo e della vita: a meno di non trovarci di fronte ad una illuminazione vera e propria, ogni scelta deve essere fatta nell'alveo del fiume in cui abbiamo scelto di navigare.
Ma può capitare che tutto ad un tratto arrivi l'incontro con una persona, un libro, un film, che ci cambia la vita. E ben vengano gli stravolgimenti intellettuali, spirituali, psicologici, se ci danno maggiore serenità d'animo e di giudizio. 
Ma la libertà, dicevo, è pericolosa, perché ci costringere a stare sempre sul pezzo, sempre vigili per essere pronti ad affrontare nuove navigazioni.
Per questo l'uomo ha quella che Nietzcshe chiama "la nostalgia della terra": la libertà ci porta sempre a correre, a seguire la vita, a tuffarcisi dentro; ma ci sono momenti in cui siamo stanchi e sentiamo il bisogno di andare sulla terra ferma, per ripararci da questo moto continuo, da questa continua responsabilità di scegliere con scienza e coscienza, come suol dirsi.
E questi sono i momenti peggiori, quelli in cui siamo preda del pericolo di lasciarci trascinare da cattivi maestri, quelli che ci mettono su un vassoio d'argento le risposte già pronte, allettanti, rassicuranti. Quelle per cui non devi pensare, ma solo accettare.
E se questo placa la nostra angoscia di dover agire secondo responsabilità, ci rende però schiavi di chiunque ci voglia imporre una dogmatica verità.
Essere chiamati a libertà significa essere chiamati a responsabilità.
Che sia questa la fatica di essere uomini?
Io piango coloro i quali, per non affrontare il mare aperto delle scelte responsabili, preferiscono all'emozione della libertà la calma stagnante della schiavitù.


Tim il Guiscardo
Vice Comandante dell'Astronave Terra
(in attesa che torni il Capo)
 

lunedì 1 marzo 2021

Io contesto (II). Appunti.

Io contesto la riduzione dell'uomo a massa, addomesticabile e uniformante,
creatrice di zombie sbavanti e/o di mostri eterocondotti.
Io contesto, perciò, ogni idea filosofica e politica che metta la massa sopra l'individuo, che giudichi la persona incapace di vita propria.
Io contesto non la scienza ma lo scientismo, che vuole spiegare con numeri, rette e angoli i moti dell'anima e gli slanci del cuore.
Io contesto coloro che per non confessare la confusione del proprio uomo interiore, con la quale vogliono confondere l'altro uomo, cambiano il significato delle parole perché non sanno (e non vogliono) chiamare le cose col proprio nome. Perché non hanno il coraggio (o la forza e la capacità?) di ammettere che l'impalcatura del proprio pensiero è debole, sul punto di crollare.
Io non contesto loro di avere un pensiero altro, diverso; ma di non voler fare un passo avanti e smetterla di dire che ciò che si conosce da sempre con un nome, un termine, non ha ora lo stesso contenuto.
Altrimenti diventa un gioco al massacro.
Ogni realtà è descritta da una parola, e dietro ogni parola c'è una realtà.
Se cambia la realtà (o il significato che ad essa si da') bisogna avere il coraggio e l'onestà di cambiare anche la parola che la descrive. È semplice logica.
Vedi una realtà diversa dietro parole usate da secoli? Famiglia, paternità, maternità?
Abbi la forza, la capacità e l'onestà intellettuale di dargli anche un nome diverso.
Cresci.
Ma non alle spalle di qualcun altro. 

(Per un uso consapevole della tua mente, comincia con l'usarla. Il resto verrà da sé.)

 

Tim il Guiscardo
Vice Comandante dell'Astronave Terra
(in attesa che torni il Capo)

venerdì 26 febbraio 2021

"Di chi è" il "bambino"? Manco fosse una fetta di torta..

È bello quando apri il giornale e trovi una notizia che conferma una cosa che
Che confusione...

pensavi da tempo, che tutti ti hanno contestato e che tutti hanno usato per salire anche loro sul piedistallo del vincitore del premio del più politicamente corretto.
La notizia è questa: un tribunale ha stabilito che gli embrioni conservati di una coppia che nel frattempo si è separata possono essere impiantati nella donna anche contro la volontà dell'ex partner.
Io traggo due semplici conseguenze, frutto della pratica delle cose:
 
1. il bambino (perché un embrione fecondato è un essere umano) diventa ufficialmente -lo dice la legge- un oggetto, una cosa, come una chiave del 12 o un tagliapizza;
2. il maschio diventa un semplice stallone, un toro da monta che, una volta fatto il suo dovere non ha più voce in capitolo su tutto ciò che segue.
 
1. Il bambino
Con la PMA (Procreazione Medicalmente Assistita) è possibile far fecondare un ovulo nei casi in cui ciò non sia possibile in modo naturale. Una volta effettuato il trattamento, la scienza ha trovato il modo di congelare l'embrione per un impianto successivo. Ciò significa che se la coppia decidesse di rinviare, per motivi di salute o altro, l'impianto dell'ovulo fecondato con l'inizio del processo che porti alla luce il bambino (si dice infatti che il bambino "viene alla luce", perché in effetti è già nato al momento della fecondazione), ciò sarebbe possibile.
In questo caso, però, la coppia si è separata e l'uomo, donatore del seme, non acconsente all'impianto dell'ovulo e quindi alla venuta al mondo del bambino.
La donna invece lo vuole e il giudice le da' ragione.
Qui scattano due discorsi. 
Anzitutto l'aver congelato l'ovulo ha creato una situazione per cui abbiamo un bambino sospeso nel nulla, un oggetto che sta lì, in attesa che qualcuno si ricordi di lui.
Secondariamente: il bambino potrebbe anche non venire mai alla luce e rimanere per un tempo indeterminato in crioconservazione fino a che... boh! non sono un medico e quindi non posso dire niente.

2. L'uomo
L'uomo diviene, con questa sentenza, un semplice donatore di seme, come quegli stalloni o tori da monta che servono solo per la riproduzione.
Infatti anche in questo caso (come nel caso della possibilità di abortire da parte della donna) non ha voce in capitolo.
Ora di certo non sarei stato contento se l'uomo avesse potuto decidere di uccidere il feto non facendolo impiantare.
Ma comunque, vedendo la cosa da ogni angolazione, il suo compito resta sempre quello di donare il seme (che differenza trovate a questo punto tra chi lo fa per soldi e questa situazione?).
È infatti la donna a decidere cosa fare. Per cui se fosse stato l'uomo a voler impiantare l'ovulo (in un altro utero) la donna poteva in questo caso opporsi e il bambino non sarebbe mai nato.

Domande finali.
Si dice che la legge cristallizzi ciò che la società produce, nei limiti di determinati paletti messi da qualcuno.
Mi chiedo: il bambino è ancora frutto dell'amore tra un uomo e una donna?
Che differenza trovate tra due ex coniugi che litigano sull'affidamento del cane/gatto e due ex coniugi che litigano (tanto da arrivare davanti ad un giudice) sul far nascere o meno un figlio che avevano prima voluto (si presume...)?
 
Tim il Guiscardo
Vice Comandante dell'Astronave Terra
(in attesa che torni il Capo)
 

 
  
 

 

martedì 16 febbraio 2021

Social e cultura: una lotta per la sopravvivenza

Un post non previsto e, come sempre, non richiesto.
Parto da una frase di Thoureau che dice più o meno così (vado a memoria): Abbiamo una grande fretta di costruire un telegrafo magnetico dal Maine al Texas ma può darsi che il Maine e il Texas non abbiano nulla di importante da comunicarsi.
Frase bella, efficace, simpatica, che si ricorda facilmente.
Perché ve la cito? 
Perché mi ha fatto venire in testa un'osservazione che riguarda il nostro modo di vivere la comunicazione e i suoi mezzi. E non solo questo.
Sapete certamente che, pur utilizzando i social media, questi sono oggetto di un profondo rigetto da parte mia. Ogni volta che apro Twitter, o Facebook o qualcosa d'altro e leggo certe cose, mi viene da andare su Impostazioni e cancellarmi l'account. Poi mi ricordo che il social è solo un mezzo e allora acquieto la mia sete di autodistruzione.
Ecco, il problema è che se non c'è niente da comunicarsi tra il Texas e il Maine, che lo costruiamo a fare un telegrafo magnetico che li colleghi?
Cioé: se non abbiamo niente da dire di costruttivo, fosse pure un saluto, che apriamo a fare tutti i giorni Facebook e Twitter e l'ammorbiamo coi nostri vomiti solo perché ci siamo alzati con la luna storta?
O se abbiamo un cervello in miniatura unito ad un ego smisurato, perché riempiamo d'insulti il primo che ci capita a tiro di post o di twitt?
Qualche settimana fa scrissi un post in cui dicevo che i social non devono andare in mano a tutti, men che meno a dei bambini.
Ma non è che gli adulti (almeno anagraficamente) siano da meno!
Tempo fa leggevo su un blog che seguo (ma che non trovate sul mio blogroll), un post abbastanza 'neutro', cioè su un argomento comune e non molto impegnato. Poi ho dato un occhiata ai commenti e mi sono reso conto che dopo una decina di risposte, 3-4 commentatori hanno inziato a darsi del deficiente, stronzo, malato di mente e chi più ne ha più ne metta. Così, senza un motivo legato al post di partenza.
Perciò mi chiedo: è democrazia liberalizzare l'uso dei social?
Ho scritto già su questo argomento, quindi vi rimando al mio vecchio post.
Il Rinascimento, di cui sto diventando un cultore nostalgico, ci ha insegnato che la cultura non è per tutti.
Bertrand Russell afferma che il Rinascimento, che segna la nascita della mentalità moderna, non fu un movimento popolare; fu un movimento d'un piccolo numero di studiosi e di artisti, incoraggiati da protettori liberali, specie i Medici e i papi umanisti.(1)
Oggi abbiamo la scuola che, grazie a Dio, permette di trasmettere i saperi che l'uomo nella storia ha raggiunto. Chiunque, quindi può avvicinarsi alla cultura e farla propria.
 
Ma siamo sicuri che il 6 politico (o il 18) siano stati un'ottima soluzione per rendere democratica la scuola e la società? Quanto danni, culturali e materiali, ha provocato questa prassi mortifera?
Livellare, al ribasso, la cultura ha come unico risultato la sua morte. 
 
La cultura infatti deve per sua natura crescere, espandersi, riversarsi su tutto ciò che tocca, perché è l'insieme dei saperi che su quell'argomento l'uomo ha raggiunto. E la scuola è il luogo dove questi saperi vengono condivisi.
Se un contadino conosce tutto ciò che lo scibile umano ha scoperto su come usare gli attrezzi dell'orto, è allo stesso livello culturale di un astronomo che scruta le stelle e le conosce una ad una attraverso i mezzi che la scienza gli da'. Non tutti possono diventare astronomi, così come non tutti possono diventare contadini.
Questa è cultura.
Purtroppo non esiste la selezione naturale sui social. O meglio: esiste ma al contrario. Per cui proliferano i dementi.
O forse esiste proprio come l'hanno pensata?
Perché è la società ad essere degenerata e quindi proliferano i degenerati...
Insomma è il cane che si morde la coda.
E io sto cominciando a farmi venire il mal di testa...
Per ora, perciò, può bastare così.
Alla prossima.

(N.B.: tutto ciò che avete letto finora è totalmente criticabile, se volete. Perciò fatelo pure, ma senza riempirmi di epiteti. Che quelli li conosco già.)

(1) Russell B., Storia della filosofia occidentale, Milano, 2019, pg. 486


Tim il Guiscardo
Vice Comandante dell'Astronave Terra
(in attesa che torni il Capo)

sabato 6 febbraio 2021

Mi ricordo! Sì, ma cosa? E Come? Tra storia e memoria, per riflettere.

Ricordiamo tutti il film di Benigni La vita è bella.
E ricordiamo di come alla fine arrivano gli americani e liberano tutti quelli che erano nel campo di concentramento. E rimarrà per sempre il ricordo di questi soldati a stelle e strisce che entrano trionfalmente ad Auschwitz (e negli altri campi) a porre simbolicamente fine al Terzo Reich e al nazismo. Questa è la memoria.
Poi c'è la storia. Che dice che furono i russi ad entrare ad Auschwitz e a liberare quegli uomini.
Ma i russi erano i cattivi, i comunisti nemici degli americani e dei loro alleati.
Così la memoria ha semplicemente cambiato la storia.
Un altro esempio.
Mio padre mi raccontava di come durante la seconda guerra mondiale la sua famiglia si era rifugiata in campagna e di come una volta fu costretto a buttarsi in un gallinaio perché da un aereo tedesco sparavano raffiche di mitra che lo sfioravano; questa è storia.
Ma quando mi raccontava che quei colpi venivano dai tedeschi che stavano dando l'ultimo colpo di coda dopo la caduta del fascismo, mio zio, fascista fino alle midolla, diceva che quelle raffiche di mitra servivano ai leggittimi occupanti nazisti per cercare di stanare i partigiani e gli americani sbarcati in Sicilia.
E così ecco che ancora una volta la memoria ha letto la storia a proprio uso e consumo.
Questo per dire che non può esistere una memoria condivisa, perché la memoria è come gli uomini vedono le cose, da quale punto di vista e perché.
Il nostro tempo è il tempo che vuole (vorrebbe) recuperare la memoria delle cose, del passato, ma spesso non si rende conto che non sta ricordando ciò che è successo per evitare gli errori commessi (come dovrebbe essere ogni racconto storico), ma sta dando un giudizio sulla storia.
È normale che se dico che il nazismo, il fascismo, il comunismo sono state (e ancora in qualche parte del mondo lo sono) dittature feroci e crudeli dico una cosa vera; ma rimane pur sempre un giudizio, dato col senno di poi.
Penso che tutti abbiamo ascoltato racconti di uomini qualunque, della strada, che raccontano di come il fascismo era bello, di come tutto funzionasse alla perfezione. Chi non conosce la frase: quando c'era LVI i treni arrivavano in orario!
Per rimanere in tema di ricordi, mio nonno (di cui io porto il nome) fu mandato al confino per 5 anni in una zona insalubre della Calabria perché pur essendo un dirigente locale delle FFSS non volle iscriversi al fascismo.
Al ritorno dal confino si sposò, ebbe dei figli, mantenne il posto e... senza nessuna sollecitazione (o punizione) ulteriore dopo qualche anno divenne addirittura ronda notturna fascista.
Allora mi chiedo: come dovrei narrare io questa storia? Dovrei fare memoria del nonno che va al confino pur di non aderire al fascismo o ricordare il nonno che faceva le ronde notturne?
Dobbiamo stare molto attenti a quando, in nome di un politicamente corretto, etichettiamo cose e persone con il senno del nostro tempo.
Ancora una volta: dobbiamo distinguere la memoria dalla storia, perché altrimenti ci costruiremo (e lasceremo ai posteri) una storia che non c'è, una realtà mai veramente esistita.
E una società che si costruisce su queste basi non ha radici.
 
Ogni volta che celebriamo (o si decide di fare) una giornata della memoria per ... -mettete un po' voi, ricordiamo che non stiamo rendendo un servizio alla storia ma stiamo dando un giudizio su di essa; da qualunque parte la prendiamo.
Anche questo post, si inserisce sempre in quel progetto che vado pian piano costruendo sul senso di un nuovo rinascimento.
 
N.B.: con questo post non voglio assolutamente sposare le tesi di negazionisti o nazifascisti. Metto solo un po' di carne al fuoco per discutere.


Tim il Guiscardo
Vice Comandante dell'Astronave Terra
(in attesa che torni il Capo)

giovedì 4 febbraio 2021

3, 2,1... (ri)partenza! Del covid e delle cose della vita.

"Veduta di città ideale" attribuita a Leon Battista Alberti, 1480-1490
Il Covid19, di cui siamo ancora in piena pandemia, ha rappresentato uno
spartiacque.
I libri di storia parleranno di un prima covid e dopo covid, perché la sua funesta presenza in mezzo a noi ha modificato spesso radicalmente le nostre abitudini di vita.
Chissà ancora per quanto tempo non riusciremo, ad esempio, ad abbracciare i nostri cari senza avere un fremito di paura; o faremo spazio sul marciapiede a chi ci viene incontro.
E tutti ci siamo chiesti come sarà il dopo.
Ricorderete sicuramente l'#andràtuttobene con cui riempivamo le nostre finestre o i nostri post sui social.
Eppure da questi primi momenti in cui stiamo ragionando già (purtroppo!) come chi è fuori dal dramma, ci siamo resi conto che tutto non può tornare come prima.
Ma forse è anche meglio che tutto non torni come prima. 
Prima del covid19 i nostri pensieri erano rivolti ad altri problemi: i cambiamenti climatici, la povertà (assoluta: di miliardi di persone del terzo e quarto mondo; relativa: nelle nostre società opulente), le migrazioni causate da guerre e miseria, la pace...
E tutto era fermo ad analisi della situazione, a proteste più o meno veementi, a show estemporanei di personaggi forse in cerca di un momento di notorietà. Ma niente, proprio niente, si è mosso in una qualunque direzione possibile.
Insomma lo status quo ha regnato finora sovrano.
Ora la pandemia non ha di certo risolto quei problemi, ma li ha semplicemente fatti mettere mediaticamente da parte in attesa di ridarceli più drammatici ed essenziali di prima.
Io sono solo Tim, il guiscardo, un uomo della strada con una vita social (una 30ina di contatti su twitter e altrettanti su facebook; ma con una risposta che rasenta lo zero) da fare invidia, forse!, solo allo scarafaggio di Franz Kafka, ma nonostante tutto ho un mio pensiero, una mia idea.
E la mia idea è questa; non sarà originale ma prendetela per quel che è.
Abbiamo bisogno di una nuova epoca di rinascita.
Non possiamo continuare ad affrontare le sfide dell'umanità come abbiamo fatto finora, per il semplice fatto che le soluzioni che abbiamo trovate hanno peggiorato e non migliorato le cose.
Non parlo, attenzione, dei progressi scientifici che ci hanno portato a debellare malattie che nei secoli passati hanno falcidiato l'umanità.
Non parlo delle invenzioni che permettono ora di far vedere e sentire uomini che sono nati ciechi e sordi.
Ma parlo, ad esempio, di un modo di fare collettività che non permette a tutti di guarire dalle malattie e di iniziare a vedere e sentire.
L'illuminismo ha dato lo slancio alla scienza e alla ricerca (che sono indipendenti dal modo di gestire la res pubblica e quella privata) ma ha avuto anche una colpa: distruggere le radici dell'umanità.
L'illuminismo, visti i risultati a più di 200 anni di distanza, non ha messo l'uomo al centro dell'universo -come si era proposto- ma l'ha semplicemente mandato allo sbando.
L'uomo è diventato metro e fine a sé stesso.
Ma quale uomo? Esiste un uomo o esistono miliardi di uomini?
Noi non siamo una massa, non siamo il popolo.
Noi siamo individui, persone.
Abbiamo perciò bisogno di una nuova risposta, se vogliamo affrontare le sfide che abbiamo accantonato per la pandemia. E che nel frattempo hanno acquistato cento volte tanto in forza e virulenza proprio a causa del covid.
La tecnologia, che in sé è positiva e indispensabile, sta scalzando l'uomo dal trono che lui stesso si è costruito spinto dall'illuminismo. O meglio: chi ha in mano l'utilizzo della tecnologia sta riducendo in schiavitù chi non vi ha accesso.
Aver posto l'uomo al centro di tutto, lo ripeto, lo ha fatto diventare preda di un delirio di onnipotenza che ha fatto perdere il senso del 'tu', del 'noi'.
Solo la cultura può riportare la coscienza di essere 'comunità' e ridare forza e strumenti per far rinascere l'umanità.
Ciò che è accaduto nel rinascimento, che ha riportato l'uomo al centro dell'orizzonte culturale, filosofico, scientifico, spirituale, ma senza abbattere la sua storia, le sue radici.
Mi fermo qui, per ora, come fosse una prima parte, un'introduzione.
E aspetto i vostri commenti, graditi come sempre, perché i vostri commenti metteranno sicuramente sempre più carne al fuoco.
È vero che noi (io, voi e forse lo scarafaggio di Kafka) non cambieremo il mondo, ma potremmo rendere più vivibile quel pezzetto di terra che abitiamo.
Questo brano parla di ripartenza. Francesco Di Giacomo (che Dio l'abbia in gloria!) e il Banco ci raccontano la storia di un soldato che torna a Stalingrado...
 

 


Tim il Guiscardo
Vice Comandante dell'Astronave Terra
(in attesa che torni il Capo)
 

mercoledì 27 gennaio 2021

Dobbiamo sbatterci il muso contro la realtà!

Saper dire no. E insegnare a rispettare il no.
Cominciamo col dire che una bambina di 10 anni non può, per legge, avere un
profilo social.
Sono tante le cose che un minorenne, per legge, non potrebbe fare ma fa tranquillamente.
È vero: una 15enne può andare in farmacia e senza ricetta medica né consenso dei genitori può acquistare la pillola per abortire; ma tenuto conto del valore che la nostra società da' alla vita umana, alla sua protezione e valorizzazione, non c'è da meravigliarsi. 
Una persona minorenne, per legge, non può fare acquisti on line; eppure questo (lo dico per esperienza personale, visto che lavoro anche per un corriere) avviene quotidianamente. E non si può dire che i genitori potrebbero non esserne a conoscenza, visto che sono loro che forniscono i soldi e/o l'accesso ad una carta di credito.
Mi è capitato di ascoltare una trasmisisone radiofonica, a proposito della morte della bambina di Palermo per asfissia dovuta al gioco sul social, in cui un genitore si vantava di avere una figlia 10enne saggia. Infatti prima di Natale ha chiesto di avere Tik Tok e i genitori gliel'hano concesso, ma solo con l'utilizzo dai loro telefonini, per poter controllare quello che ne faceva. Poi a Natale le hanno regalato il telefonino (a 10 anni...) e ha installato il social anche lì. Dopo la tragedia dell'altra bambina i genitori le hanno chiesto di disinstallare TT e lei ha risposto: ma io l'ho già tolto sia dal mio telefonino che dal vostro! Tutta questa cosa con l'orgoglio dei genitori, che hanno pensato di avere, appunto, una figlia saggia. Ma che non si sono però resi conto che la loro figlia era entrata nei loro cellulari e vi aveva fatto delle operazioni a loro insaputa. Perciò mi chiedo: che controllo reale (in senso positivo!) hanno questi genitori sulla loro figlia e su ciò che fa?
Mi direte che i figli non vanno controllati, che bisogna dare loro fiducia, ecc. ecc .
No. I genitori devono sapere ciò cosa fanno i loro figli, almeno fino a che questi non hanno la maturità sufficiente per sbagliare per conto loro e saperne pagare le conseguenze. Come dice Paolo Conte: è nel mondo degli adulti che si sbaglia da professionisti.
Un genitore è un genitore, altrimenti sarebbe un amico, un insegnante, un collega di lavoro, un compagno del calcetto o della pallavolo. 
Capisco che il senso dei ruoli non esiste più nella nostra società e scegliamo noi quello che vogliamo fare e quello che non vogliamo fare. Ma qui non si tratta di essere incerti tra un gelato alla fragola e uno alla cassata siciliana; qui si tratta di fare il genitore, quello che una volta veniva definito il mestiere più difficile al mondo.
Poi è arrivato il '68, i figli dei fiori, la droga 'leggera' (nel senso che ti accompagna piano piano, con leggerezza, a sballarti il cervello con cocaina, eroina e lsd), e allora i genitori sono diventati obsoleti, un'istituzione del potere da abbattere, cancellare; tranne quando ti servivano i soldi per comprarti il pulmino volkswagen su cui caricare gli amici e farti il viaggio in India o in Olanda.
Sono troppo drastico e duro?
Certo, voi come reagireste davanti ad una bambina di 10 anni che muore per un 'gioco' su un social?
Possiamo fare tutte le analisi che vogliamo, ma dobbiamo anzitutto guardare in faccia la realtà, partire da ciò che succede quotidianamente. Altrimenti faremo discorsi da turris eburnea, come quei filosofi e pensatori che ragionano su un mondo che non esiste se non nella torre in cui si sono rinchiusi per lasciare fuori la vita.
Per l'esame di metodologia pedagogica ho studiato su un libro di cui non ricordo né titolo né autore (sono passati più di 30 anni...). Ma ricordo le parole dell'introduzione, in cui l'autore diceva più o meno così: ho già scritto 2 libri sull'argomento (l'educazione di bambini e adolescenti). Poi ho avuto un figlio e ho capito che ne dovevo scrivere un altro in cui si parla di cose vere e non accademiche.
Ora questa bambina (come quell'altro di 9 anni che probabilmente voleva emularla) è diventata un angioletto, con contorno di cuoricini, frasi mielose e spezzacuore sugli striscioni e sui social.
Ma noi siamo una società che non bada alla conseguenza delle proprie azioni e trova sempre il modo di giustificarsi e lavarsi la coscienza con qualche rito assolutorio e catartico.
E perciò ormai è tutto passato. Una vita umana è salita in cielo coi palloncini del funerale e noi siamo tranquilli, è di nuovo tutto ok.
Spiegatemi pure tutte le cose che volete; ragionatemi sul fatto che non è più il tempo delle punizioni corporali (con cui siamo cresciuti tutti quelli della mia età), che esiste la fiducia nei giovani, l'amicizia tra genitori e figli... tutto ciò che volete.
Io vi metterò sempre davanti una bambina di 10 anni che aveva la fiducia dei suoi genitori, che aveva nel web il suo mondo, che è morta perché aveva un telefonino su cui aveva installato un social e che per causa di questo social non c'è più.
Perché io ragiono molto sui fatti e poco sulle parole.
E perciò: possiamo usare tutti i metodi educativi che vogliamo, ma dobbiamo sempre partire dal presupposto (se gli vogliamo bene) che i bambini sono bambini.
 

 
 
Tim il Guiscardo
Vice Comandante dell'Astronave Terra
(in attesa che torni il Capo)

venerdì 22 gennaio 2021

Io contesto. Appunti.

In fuga dalla critica di Pere Borrell del Caso (1874)
Io contesto l'uomo senza anima.
Lo vedo camminare per la strada: sguardo vuoto, spento. Mente sempre altrove, non per un sogno, per seguire un'ideale (seppure qualunque), ma in cerca di un estraneo (un pensiero, una persona, una macchina) che pensi per lui, che viva per lui, che dica cosa fare e dove andare.
 
Io contesto l'uomo senza coscienza.
L'uomo senza un presupposto interiore, scisso da sé stesso, incapace di sbirciare nella propria anima e di trovare una via.
 
Io contesto l'uomo pauroso di trovare la propria anima e di doverla seguiire.
 
Io piango per l'uomo che non vive d'arte, che non legge in un quadro un'altra vita e nei tramonti l'abbraccio della natura.
 
Io piango per l'uomo schiavo della macchina e di tutto ciò che la macchina rappresenta: la delega della propria unicità e creatività.
 
Io contesto il materialismo, il capitalsmo e il marxismo. E tutto ciò che divide e riduce gli uomini in branchi e classi: l'uomo è unico, irripetibile, potentemente libero.
E contesto anche l'anarchismo, perché la libertà dell'uomo esiste in quanto è libertà davanti ad un'altra libertà, con cui confrontarsi e convivere.
 
Io contesto la modernità fine a sé stessa. E l'amore per la tradizione fine a sé stesso. Perché ciò che è, è qui; anche se viene da un passato e va verso un futuro (l'uomo è un essere in divenire: deve diventare ciò che è nell'anima).
 
Io contesto una visione pessimista dell'uomo e dell'umanità.
Io contesto una visione ottimista dell'uomo e dell'umanità.
 
Io contesto il caos ma anche la calma stagnante. Il caos perché impedisce all'uomo di trovarsi in un esserci, un esser qui e ora; la calma stagnante perché lo fa annegare nell'acquitrino dell'evoluzione prima ancora di diventare individuo, persona.


Tim il Guiscardo
Vice Comandante dell'Astronave Terra
(in attesa che torni il Capo)